St. George, Isole Pribilof. Una remota isola dell’Alaska, a nord delle Aleutine, nel Mare di Bering. Una terra remota a tutto e a tutti, estremo confine tra America, Asia e Artide. Una terra dove prima i nativi, poi i russi e infine gli americani – gli uni inevitabilmente incrociati con gli altri – hanno perpetrato la famigerata mattanza delle foche da pelliccia. Quel crudele sterminio di massa a bastonate che solo in anni recenti le associazioni di tutela dei diritti degli animali hanno denunciato – anche con fllmati shock – contribuendo almeno in parte a fermarlo.

Patrick Pletnikoff, attuale sindaco 73enne dell’isola, la seconda più popolosa delle Pribilof, dopo St. Paul, con appena una sessantina di anime, ha trascorso molte delle estati della sua gioventù a rimuovere il grasso dalle carcasse delle foche sterminate durante l’annuale mattanza. Ora combatte per una causa più nobile: trasformare le fortune della sua terra nativa e quella delle colonie di foche nordiche con la creazione del primo santuario marino dell’Alaska, nel mare che circonda l’isola.

Il commercio delle foche, del loro grasso e della pelliccia era la linfa vitale della microeconomia di St. George, una terra vulcanica priva di alberi situata ben lontano dalla costa dell’Alaska. Con l’abolizione di questa caccia, entrata in vigore a St. George e a St. Paul rispettivamente nel 1973 e nel 1984, la popolazione locale, in paticolare i nativi di etnia Unanga (Aleuti o aleutini) ha faticato a trovare fonti alternative di reddito e sostentamento, fino a veder ridotta la popolazione del 75 per cento, rispetto ai picchi degli anni Sessanta del secolo scorso, quando a St. George vivevano 250 persone.

Alaska. St George e le Pribilof, da terra della mattanza delle foche a santuario marino

Pletnikoff ha trascorso gli ultimi anni del suo lungo mandato a fare pressione sul governo federale Usa perché l’isola venga inserita nel network dei 15 santuari marini statunitensi, nell’auspicio che questo generi una nuova tipologia di economia basata sulla conservazione: ecoturismo, ricerca scientifica, pesca sostenibile. Le sue speranze ripongono ora – neanche a dirlo, visto il predecessore – sull’ultimo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden e sul suo dichiarato impegno di espandere la protezione sugli oceani.

St. George e St. Paul come la Baia di Monterey in California o le Florida Keys. Un sogno che ora potrebbe avverarsi, e che per questa remota area del Nord del mondo rappresenterebbe “un nuovo inizio”, racconta lo stesso sindaco, ricordando che St. Paul e le Pribilof spesso vengono citate come le “Galapagos del Nord”, per loro ruolo di rifugio della fauna selvatica dell’estremo Pacifico settentrionale. Pletnikoff pensa a “un approccio olistico”, nel quale gli stessi abitanti si sforzino di fare propria la salvaguadia dell’area. Per loro stessi, per il resto del pianeta. E per la fauna.

Con il crescente surriscaldamento del pianeta, e i conseguenti record negativi del livello di ghiaccio invernale sul Mare di Bering, i fautori del progetto sono convinti che un regime protetto consentirebbe tra l’altro di regolamentare meglio la pesca – a strascico – del merluzzo d’Alaska, alimento base delle foche, dalla cui abbondanza trarrebbe beneficio la popolazione locale dei pinnipedi.

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La creazione di un santuario potrebbe anche contribuire a sanare le ingiustizie subite dalla popolazione nativa, costretta prima dagli esploratori russi e poi dal governo americano, a perpetrare la caccia e il commercio delle foche in condizioni durissime, tanto che una canzone folk contemporanea locale li racconta come “Slaves of the Harvest” (schiavi della ‘raccolta’). Un progetto sulla falsariga di quelli creati altrove nel National Marine Sactuaries Program, gestito dalla NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration, concederebbe ai nativi una gestione autonoma delle acque e della pesca.

L’idea ha come principale oppositore l’industria ittica del Nord-ovest del Pacifico, una delle aree di pesca più remunerative e tenute d’occhio al mondo, con pescherecci che partono da Seattle e percorrono 2 mila miglia per calare le reti al largo di St. George. Secondo i suoi rappresentanti, l’area è già gestita secondo i criteri della sostenibilità, con tanto di quote pesca assegnate a pescatori, comunità locale e scienziati. “Limitare o eliminare questo potere di regolamentazione in un’area dove non ci sono problematiche di natura ambientale scientificamente provate è come risolvere un problema che non c’è -, racconta Gavin Gibbons, portavoce del National Fisheries Institute Industry Group.

Se da ragazzo, Pletnikoff ha trascorso intere stagioni con il padre ad attraversare l’isola e il suo aspro paesaggio, imparando anche i segreti della caccia e della pesca, oggi soffre al solo pensiero che il patrimonio di conoscenza degli isolani su foche, leoni marini di Steller e uccelli marini possa andare perduto. Ciononostante, è proprio lui ad aver portato la nascita di un santuario marino locale vicina come non mai. Presentato nel 2016, il progetto è uno dei 5 di cui un comitato del Congresso dedicato ha richiesto un parere di fattibilità allo stesso Noaa nel dicembre 2020. In aprile, Biden ha proposto lo stanziamento di un budget record di 6,9 milioni di dollari per le stesse aree marine designate, che includono il Chumash Heritage Sanctuary, al largo della California, li Quadrangolo del Lake Erie, in Pennsylvania, l’Hudson Canyon nell’Atlantico e il Mariana Trench nel Pacifico Occidentale.

L’obiettivo del presidente Usa è arrivare a designare come aree protette il 30 per cento del territorio e delle acque degli States entro il 2030. con una particolare attenzione a quei territori dove ancora è viva la cultura delle popolazioni native americane. Ma istituire un santuario richiede comunque un iter burocratico, e potrebbero passare anni. E la debolezza insita della proposta di St. George, che non solo arriva dall’angolo remoto degli Usa, ma non può fare affidamento sugli stessi rappresentanti locali al congresso, repubblicani e poco sensibili a simili tematiche, i tempi potrebbero dilatarsi ulteriormente.

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Le logore facciate delle case in legno, perennemente dilapidate dagli agenti atmosferici, non ultima la corrosiva brezza marina, sembrano sottintendere che al sindaco resti poco tempo per sovvertire il declino di St. George. L’isola, con i suoi spettacolari spuntoni di roccia alti fino a 3-400 metri, offre riparo alla più vasta comunità di gabbiani tridattili zamperosse, senzza contare alche, pulcinelle di mare e urie. Ma l’animale isolano ante litteram è la foca artica.

St. George prende il suo nome da quello di un veliero russo che approdò sull’isola, allora disabitata nel 1786. I russi impiegarono ben poco a deportare forza lavoro Unanga dalle Aleutine, situate circa 350 km a Sud, per impiegarle nella caccia delle foche, per buona parte dell’Ottocento l’attività più remunerativa dell’Alaska. Le cose non cambiarono con il passaggio agli Usa, nel 1867, fino all’abolizione, in anni relativamente recenti. Su questa attività grava una pesantissima macchia, oltre a quella del maltrattamento dei pinnipedi, letteralmente massacrati a bastonate. I supervisori federali avevano quasi potere di vita e di morte sui “dipendenti” unanga, potevano decidere su quasi tutti gli aspetti della loro esistenza, compreso chi potesse o dovesse sposare chi. Una struttura sociale che rimase perlopiù misconosciuta, fino a quando, durante la Seconda guerra mondiale, oltre 800 isolani di Pribilof e Aleutine vennero internati in Alaska (gli abitanti delle estreme aleutine occidentali subirono analoga sorte in Giappone) in condizioni terribili. Diversi antenati di Pletnikoff sono tra il 10 per cento di coloro che non sono sopravvissuti.

Oggi, la situazione dell’area è critica. Tanto che le stesse colonie di foche si stanno decimando, nonostante l’abolizione della caccia. Tra St. George e St. Paul, se ne contano 459 mila unità, contro i 2,1 milioni che le abitavano nel 1950. Solo nella disabitata Bogoslof, dove 30 anni fa i pinnipedi quasi non c’erano, si registra un ripopolamento, con 161 mila unità. Gli studiosi da anni cercano una spiegazione: il possibile disturbo delle navi, l’inquinamento, l’azione predatrice delle orche e il riscaldamento globale tra i candidati.  Benché la pesca non sembri avere un così grande impatto, Pletnikoff è convinto che la competizione diretta tra i pescherecci di grandi dimensioni abbia impoverito le risorse ittiche dell’area, contribuendo a ridurre la popolazione delle foche.

Non tutti sono concordano sui possibil benefici effetti della creazione di un santuario. A cominciare dalle oggettive difficoltà climatiche che gravano sul turismo e sulla possibilità di avere uno schedule voli affidabili, causa meteo. Senza contare che ulteriori modifiche al sistema microeconomico locale potrebbero ridurre ulteriormente le possibilità di impiego sul fronte della pesca. Ciononostante, forte di diversi pareri espressi da biologi studiosi di aviofauna americani ed europei, Pletnikoff tira dritto per la sua strada, dove la scienza e la tutela dell’ambiente si sposano con le conoscenze ancestrali per la salvaguardia di un ecosistema che non ha eguali.