La produzione di carne sta mettendo a rischio la salute del Pianeta. Le prime 20 aziende zootecniche del mondo sono responsabili di più gas serra di quanto ne producano da soli Stati come la Germania, la Francia o il Regno Unito. Questi giganti della carne e dei latticini emettono insieme 932 milioni di tonnellate di CO2, mentre la Germania – che è il Paese che inquina di più tra i 3 – si ferma a 902. La multinazionale brasiliana Jbs, la più grande azienda zootecnica al mondo in base alle vendite, è responsabile da sola di più di un quarto di queste emissioni. Se si considerano le sole prime cinque queste insieme producono più anidride carbonica di big del petrolio come Exxon, Shell o Bp. Ricevendo miliardi di finanziamenti senza che i governi mettano un tetto alla loro possibilità di inquinare l’atmosfera.

Emissioni a confronto 

Una fotografia allarmente scattata dal Meat Atlas 2021, l’ultimo resoconto in “fatti e cifre sugli animali che mangiamo” redatto dagli attivisti della rete ambientale Friends of the Earth Europe e dalla fondazione politica Heinrich Böll Stiftung. L’atlante mette insieme una serie di dati e ricerche di varie ong e di istituzioni per delineare l’impatto della produzione di carne sul mondo di oggi, clima compreso.


L’allevamento rappresenta il 14,5% delle emissioni mondiali di gas serra. L’Organizzazione dell’alimentazione e dell’agricoltura delle Nazioni unite (Fao) stima che il 45% delle emissioni legate al bestiame provenga dalla produzione e dalla lavorazione dei mangimi, il 39% dalla fermentazione enterica – cioè il gas metano prodotto dall’apparato digerente dei ruminanti come bovini, ovini e caprini – e il 10% è attribuito allo stoccaggio e alla gestione del letame. Oltre il 90% delle emissioni dei produttori di carne proviene quindi dalla filiera o dagli animali stessi. In tutto il mondo tre quarti di tutti i terreni agricoli vengono utilizzati per allevare animali o le colture per nutrirli. Solo in Brasile sono dedicati all’allevamento 175 milioni di ettari, più dei campi coltivati in tutta l’Unione europea.

A livello globale non un singolo governo richiede alle aziende zootecniche di documentare le proprie emissioni o standardizzare gli obiettivi di riduzione in modo da consentire confronti. L’intero settore si basa sull’autodichiarazione. E nonostante questo, secondo il rapporto, tra il 2015 e il 2020, queste aziende hanno ricevuto più di 400 miliardi di euro di sostegno da 2.500 società di investimento, banche e fondi pensione, la maggior parte con sede in Nord America o in Europa. Una cifra superiore ai 365 miliardi di euro che l’Unione europea destina ogni 7 anni alla politica agricola comunitaria.

A dove arrivano i soldi all’industria della carne 

Per affrontare il cambiamento climatico e ridurre le emissioni molti studi hanno evidenziato come i Paesi più ricchi dovranno dimezzare il consumo di carne e latticini. Ma con finanziamenti di questo tipo, come stima l’atlante, la produzione di carne potrebbe aumentare di ulteriori 40 milioni di tonnellate entro il 2029. Raggiungendo i 366 milioni di tonnellate all’anno con Cina, Brasile, Stati Uniti e Paesi dell’Unione Europea responsabili del 60% dell’intera produzione mondiale, nonostante il consumo aumenterà specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

La cover

Mettiamo a dieta il pasto dei ricchi

di Luca Fraioli

“L’attuale modello di produzione di carne e derivati ha un impatto devastante sul clima, sulla biodiversità e sta effettivamente danneggiando le persone in tutto il mondo”, afferma al Guardian Stanka Becheva, attivista per l’alimentazione e l’agricoltura che lavora con Friends of the Earth. “Dobbiamo iniziare a ridurre il numero di animali da cibo sul Pianeta, incentivare diversi modelli di consumo e assicurarci che le aziende paghino per i danni che hanno creato lungo tutta la catena produttiva”.

Continuare di questo passo avrà conseguenze molto dure non solo sul clima ma anche sulla concorrenza – con le grandi aziende che acquistano le piccole schiacciando modelli di produzione più sostenibili – e sulla disparità di genere. Infatti più dei due terzi dei 600 milioni di allevatori poveri di bestiame del mondo sono donne che affrontano svantaggi perché hanno un accesso limitato a terreni, servizi e proprietà dell’azienda agricola.