Ovviamente quando pensiamo al Cile pensiamo al drammatico colpo di stato contro Allende, al dittatore Pinochet, alla musica degli Inti-Illimani, al poeta Pablo Neruda. Da diversi anni si parla di alberi molto annosi nelle foreste andine. In un libro del 2012, Ancient Trees. Trees that live for a thousand years, i curatori segnalavano gli alberi di alerce (Fitzroya cupressoides), alte conifere appartenenti alla famiglia delle cupressaceae, presso il Parco Nazionale Andino di Alerce: due esemplari soprattutto spiccavano, uno vivo, con età pari a 3622 anni, l’altro morto, un piede orfano di 4080 anni.

In queste settimane un nuovo studio avrebbe innalzato l’asticella, con un albero ribattezzato l’Alerce milenario, o Gran Abuelo (il Grande Nonno) che secondo Jonathan Barichivich, docente cileno al Climate and Environmental Sciences Laboratory di Parigi, toccherebbe i 5484 anni! I primi articoli usciti, ovviamente in lingua inglese, segnalano che si tratta di una stima poiché parte della geometria interna è assente, divorata da carie. Il professore è nipote dell’ispettore forestale che lo ha scoperto nel 1972; ha escogitato un metodo per stimare quanti anelli potrebbero esserci nelle sezioni interne mancanti, assicurando che sussiste l’80% di probabilità che l’albero abbia almeno 5000 anni.

 

Ci vorranno ulteriori studi per confermare, smentire o rattificare. Sono età che ogni volta mi fanno al contempo sobbalzare e sorridere, basti pensare a che cosa esisteva qui, da noi, in questa penisola che chiamiamo Italia, al tempo: quali sparse popolazioni umane, quali piccoli assembramenti di famiglie e tribù, quali animali, quali paesaggi; tali alberi erano già spuntati dalla terra, stavano già iniziando a progettare la loro solitaria esistenza che avrebbe polverizzato qualsiasi altro compagno di viaggio.

Dieci anni fa sono andato in cerca dei più annosi alberi del pianeta. Dopo aver incontrato i grandi castagni e gli ulivi millenari del nostro paese, mi sono imbarcato alla volta della California. Anzitutto per perdermi tra le foreste di sequoia matura, old growth sequoia forests, noi diremmo foreste primarie, foreste vergini, foreste primordiali; là dove vegetano, silenziosi, monumentali, esemplari alti ben oltre i cento metri e larghi taluni alla base oltre i trenta. Età spesso stimata, talora scientificamente studiata: 2500, 3000, 3200 anni.

 

Cosa sei tu, uomo di 35 o 47 o 64 anni ai piedi di un essere del genere? Ma c’era dell’altro, e bisognava puntare le montagne della California interna, raggiungendo una località dal nome totemico: Big Pine. Avevo accumulato ore di viaggio e di deserto, superando i canyon alle spalle della Sierra Nevada. In genere gli amanti degli alberi e della natura arrivano a Big Pine poiché rappresenta la porta per risalire le White Mountains e raggiungere la Inyo National Forest, la mecca delle conifere più longeve del pianeta, laddove si possono accarezzare esemplari che hanno messo in scacco il tempo, varcando soglie che soltanto un secolo fa parevano insuperabili.

Circa settant’anni fa l’agente forestale A. E. Noren scriveva una lettera al professore Edward Schulman, al tempo ricercatore presso il Laboratory of Tree-Ring Research dell’Università dell’Arizona, in queste poche righe segnalava la presenza di alberi millenari, dispersi sulle brulle superfici montuose tra i 2900 e i 3200 metri di altitudine. Lassù, immersi in un paesaggio che definiremmo lunare, dominato dai bianchi lancinanti delle rocce, dagli azzurri pallidi del cielo e dai grigi venati di giallo dei tronchi, spuntano spettacolari banchi di pini dai coni setolosi (Pinus longeava), coriacee resinose capaci di resistere ad estati torride e inverni glaciali; analizzate diedero accesso a nuove “immortalità arboree”, superando soglie inimmaginabili tra i 4800 e i 5000 anni.

 

Ricercatori, dendrologi, dendrosofi, cercatori di sensazionalismi e molti altri continuano a dare la caccia ad un record ancora più stupefacente. Sì perché la nostra attuale conoscenza del pianeta, che noi riterremmo consolidata, pare proprio che abbia ancora ampi margini di profondità inesplorata. O in questo caso di cavità arboree viventi non del tutto analizzate. E così talora sarebbero gli ulivi che spuntano in Spagna, in Terra Santa, in Grecia, in Italia, oppure le criptomerie della remota isola di Yakushima, in Giappone, e le conifere del Parco Nazionale Costiero di Alerce a Los Rios, nel verdissimo Cile.