Mantenere il riscaldamento climatico sotto 1,5 °C, soglia fissata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) per evitare guai peggiori e irreversibili al sistema climatico, alla biosfera e ai suoi abitanti. Per riuscirci, la produzione di petrolio e gas naturale dovrebbe rallentare del 3% ogni anno fino a metà secolo: un ritmo mai raggiunto nella storia, se non nel fatidico 2020, quando il mondo si è spento per alcuni mesi a causa della pandemia. Sono i risultati del primo studio che stima con precisione la quantità di combustibili fossili da lasciare intatta nelle loro riserve per realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Lo ha pubblicato su Nature un gruppo di ricerca del prestigioso Institute for Sustainable Resources della University College London (UCL). I numeri che emergono ci restituiscono forse l’immagine più concreta di come sarà la transizione ecologica; o meglio di come dovrebbe essere, fisicamente parlando.

“Circa il 60% delle riserve di petrolio e gas naturale e quasi il 90% di quelle di carbone dovrebbero rimanere sottoterra, nelle miniere e nei pozzi”, si legge nelle conclusioni della pubblicazione.

Bruciando fossili sforiamo il “carbon budget”

Partiamo da un dato: il dominio delle fossili sul sistema energetico globale, che continuano ad alimentare il nostro Pianeta senza grandi cambiamenti da decenni. Basti pensare che l’84,3% del consumo di energia primaria globale è soddisfatto oggi da gas, carbone e petrolio; nel 2000 era l’86,1%. In altre parole, negli ultimi 21 anni solo una minima quota di fossili ha lasciato posto alle rinnovabili nel mix energetico. Ma nel 2015, con Cop21, 196 paesi hanno firmato l’Accordo di Parigi che si pone come obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale ben al di sotto dei 2 °C, possibilmente 1,5 °C.

 

“Da allora – spiega Daniel Welsby, economista ambientale alla Ucl e lead-author del lavoro – la scienza ha dimostrato senza alcun dubbio che occorre tagliare immediatamente la produzione e il consumo di combustibili fossili per portarci verso emissioni nette zero entro metà secolo”. Tutto ruota attorno al “carbon budget”, ovvero la quantità di CO2 che le attività antropiche potranno ancora emettere prima che la temperatura globale aumenti di 1,5 °C a causa dell’effetto serra; il concetto è semplice: meno combustibili fossili bruciamo, meno CO2 generiamo e più probabile sarà rimanere sotto quella soglia “di sicurezza”.

Che significa in concreto?

“Il 58% del petrolio – scrivono Welsby e colleghi – il 59% del metano fossile e l’89% del carbone presenti oggi nelle riserve” sarebbero da considerare “inestraibili” e da lasciare quindi nei loro giacimenti. Insomma, dopo vari decenni di crescita, il ritmo di estrazione dovrà calare per poi diminuire rapidamente. È il cosiddetto “picco di estrazione”, e secondo Welsby e gran parte della comunità scientifica internazionale dovrebbe avvenire il prima possibile. “Ma ciò che osserviamo oggi non sembra andare in questa direzione”, nota l’esperto. Ai ritmi attuali, infatti, entro il 2030 produrremo combustibili fossili a ritmi del 120% più elevati rispetto al preventivato a Parigi sei anni fa.

La strada verso +1,5 °C

“È vero: i tagli necessari non hanno precedenti, ma, ammesso che ci sia la volontà politica di farlo, sono assolutamente realizzabili”, prosegue. Quali sono? Secondo i modelli, per le economie più dipendenti dai combustibili fossili, come quelle del Medio Oriente, i livelli di produzione dovrebbero dimezzarsi nel giro di 30 anni; il che significherebbe lasciare nei giacimenti circa il 60% di petrolio e gas della zona. Il taglio della produzione non risparmierebbe il continente americano, con il Canada che dovrebbe rinunciare a estrarre l’83% delle sabbie bituminose, mentre il 73% di oli e scisti ultrapesanti in Centro e Sud America rimarrebbero nei pozzi.

“Queste differenze regionali nella proporzione dei combustibili fossili da non estrarre – chiarisce Welsby – sono dovute a una combinazione di fattori come i costi di estrazione, l’intensità carbonica di estrazione (quanta CO2 viene emessa per estrarre ogni singolo barile di petrolio ndr) e la convenienza economica locale delle alternative alle fossili”. Un altro aspetto sottolineato dai ricercatori è la grande incertezza – già messa nero su bianco da Ipcc – riguardo allo sviluppo e all’affidabilità della Carbon Capture and Sequestration (Ccs) e delle cosiddette Negative Emissions Technologies (Nets), visto che ad oggi non se n’è dimostrata l’efficacia, la convenienza economica e soprattutto la fattibilità su larga scala.

In sostanza, continuare a estrarre e bruciare combustibili fossili per poi catturare anidride carbonica quando la si emette, oppure dopo che è stata liberata in atmosfera, non sarebbe la soluzione. La tesi è al contrario che i veri protagonisti della mitigazione del climate change dovrebbero essere i governi e i policymakers, con politiche non solo mirate a ridurre la domanda dell’energia fossile, ma soprattutto a disincentivarne le attività di produzione. “Gli investitori, i grandi fondi e gli operatori internazionali – conclude Welsby – dovranno metabolizzare che il finanziamento di ulteriori progetti di estrazione non è più climaticamente compatibile”. In altre parole, la grande transizione energetica che ci aspetta porta senza dubbio con sé dei rischi, ma dovrà essere concreta per funzionare davvero.