I grandi della terra faticano a trovare un accordo per fronteggiare il cambiamento climatico, ma è proprio il clima il fattore Esg a cui sembrano più sensibili tanto i gestori di portafoglio che gli investitori. Sono 73 gli asset manager con patrimoni gestiti pari a un terzo delle masse totali mondiali che hanno aderito alla Net Zero Asset Managers Iniziative che supporta il raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.

È cresciuto il numero di indici collegati al cambiamento climatico: Msci, ad esempio, allinea tra gli altri indici Climate Change, Low Carbon e Climate Paris Aligned cui si affiancano altri indici tematici come quelli legati all’ambiente focalizzati su energie rinnovabili, efficienza energetica, acqua, edilizia “verde” e prevenzione dell’inquinamento. L’attenzione a questo tema da parte degli investitori è poi certificato dal boom di raccolta dei prodotti che la società di analisi Morningstar definisce fondi “climate-aware”, fondi consapevoli del problema climatico: al termine dello scorso anno erano 400 i fondi comuni e gli Etf ad avere il cambiamento climatico come tema principale di investimento; le loro masse erano pari a 177 miliardi di dollari, un ammontare che si è quasi quasi triplicato nel corso di un solo anno.

Ancora una volta è l’Europa a rivelarsi più sensibile ai temi ambientali: è qui che si trova l’offerta più ampia e diversificata di fondi “climatici”, con 282 prodotti e 136 miliardi di patrimonio, seguono gli Stati Uniti con 42 prodotti e 21 miliardi di patrimonio gestito, non è distante il mercato cinese con 17,1 miliardi di masse. La definizione di fondi climatici comprende in realtà un’ampia varietà di approcci caratterizzati da obiettivi di investimento e di sostenibilità diversi.

Ne sono un esempio gli Etf di iShares, il primo provider al mondo di fondi a gestione passiva. La divisione di BlackRock propone addirittura tre approcci diversi al risparmiatore che vuole investire i propri capitali in modo responsabile da un punto di vista ecologico: il primo è stato definito “riduzione”, il secondo “priorità” e il terzo “target”. Nel gruppo “riduzione” iShares include i fondi che cercano di ridurre l’esposizione del portafoglio ai maggiori emittenti di carbonio; “nella categoria potrebbero rientrare fondi Esg con rigidi filtri in materia di combustibili fossili”, annota iShares. Nel gruppo “priorità” sono invece presenti i fondi che allocano il capitale in base agli impegni e alle azioni concrete di aziende o governi ai fini della transizione, come per esempio la riduzione della dipendenza delle società dai combustibili fossili. Nel terzo gruppo infine, quello chiamato “target“, il risparmiatore può trovare i fondi che investono in una specifica attività sostenibile, come per esempio l’energia pulita, o investimenti direttamente connessi a progetti che favoriscono la transizione ecologica come i green bond.

Come orientarsi tra i vari prodotti? Per gli esperti di Morningstar è importante che gli investitori facciano i loro “compiti a casa”: dovrebbero comprendere gli obiettivi di investimento del fondo, come sono costruiti i loro portafogli e, soprattutto, esaminare i titoli in portafoglio per evitare brutte sorprese. Questa operazione passa necessariamente per una attenta analisi dei benchmark, il cui maggior provider è Msci. Bisogna anche tenere presente che alcune strategie di investimento in materia di cambiamenti climatici possono tradursi in portafogli ristretti e concentrati, il che le rende più adatte al ruolo di investimenti “satellite” piuttosto che a quello di componenti principali di un portafoglio.