“Tutelare il paesaggio italiano significa anche fermare la desertificazione dovuta ai cambiamenti climatici, come hanno spigato gli scienziati firmatari dell’appello promosso da Green&Blue“. Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, associazione che all’interno di Confindustria rappresenta i produttori del 70% dell’energia made in Italy, interviene sullo scontro tra Soprintendeze e aziende che realizzano impianti eolici e fotovoltaici. Ma sottolinea anche i ritardi della politica in fatto di transizione energetica, in vista delle elezioni del 25 settembre. “L’emergenza era già chiara a febbraio, quando come Elettricità Futura proponemmo il nostro piano straordinario per dare un forte impulso alle fonti rinnovabili. La strategia dell’Italia per fronteggiare la crisi del gas si sarebbe potuta decidere allora, ma non è stato fatto. Ora diventa tassativo farlo dopo le elezioni”. Re Rebaudengo chiede al futuro governo misure concrete per semplificare realmente le procedure per l’eolico e il fotovoltaico, le comunità energetiche, gli impianti che producono biometano.

Presidente, a febbraio proponeste un piano emergenziale: 60 gigawatt di elettricità da fonti rinnovabili nei prossimi tre anni. Si parlò di “lobby dei rinnovabilisti”. Poi a giugno avete ridotto le ambizioni e suggerito un approccio più graduale: 5 gigawatt nel 2022, 6 nel 2023, 8 nel 2024, e poi 10, 11 o 12 per ciascun anno successivo fino al 2030. Grande consenso della politica, almeno a parole. Ma si è mosso qualcosa da allora?

“No. È caduto il governo e siamo in campagna elettorale. Però leggendo i programmi dei diversi partiti mi pare che in tutti gli schieramenti i concetti fondamentali siano stati recepiti, anche se qualcuno, sopratutto a destra è pro nucleare. Il problema sarà vedere il nuovo ministro della Transizione ecologica alla prova dei fatti”.

 

Cosa chiedete al nuovo governo che uscirà dalle urne?

“Innanzitutto un tavolo permanente per continuare a semplificare le procedure affinché si realizzino nuovi impianti di energia elettrica rinnovabile. Sono gli unici che ci permetteranno di emanciparci dall’importazione e quindi dalla dipendenza dai fossili. Perché lasciare la Russia per finire in Algeria o in Congo non è che ci aiuti moltissimo. Certo, meglio che un unico fornitore ma non risolve il problema”.

 

L’individuazione delle aree idonee alla costruzione di impianti eolici e fotovoltaici dovrebbe abbattere le controversie. Come procede?

“Con grandi ritardi. Il censimento nazionale sarebbe dovuto terminare al più tardi a giugno e invece è ancora in corso. Ma sulle aree idonee, oltre al problema dell’individuazione, c’è un problema altrettanto grave e che finora nessuno a sollevato: quello dei costi di acquisto dei terreni”.

 

Temete speculazioni?

“Un’area definita idonea aumenterà immediatamente di valore, come succede a un terreno che da agricolo diventa edificabile. I proprietari cercheranno di trarne il massimo vantaggio economico spingendo il prezzo verso l’alto. Ma se non vogliamo stare al buio e avere un prezzo ragionevole dell’energia anche quel terreno deve poter essere comprato a prezzi ragionevoli”.

 

Come se ne esce?

“Noi chiediamo al governo di valutare un price cap, un tetto massimo al prezzo delle aree idonee”.

 

E se i proprietari non volessero vendere a quel prezzo?

“Temo che occorrerà prendere in considerazione la possibilità di espropriare i terreni, come si fa quando c’è da costruire altre infrastrutture strategiche per il Paese: strade, ferrovie, elettrodotti… Altrimenti finiremo per dare energia ai servizi primari, dagli ospedali ai semafori, e la taglieremo agli altri. Negli ambienti industriali si parla già apertamente di razionamento dell’energia, visti i prezzi attuali del gas… Se vogliamo avere un prezzo ragionevole dell’energia, anche i terreni destinati alle rinnovabili devono poter essere comprati a prezzi ragionevoli”.

 

Siete critici anche sul ritardo normativo relativo al biometano. Cosa sta succedendo?

Il 5 agosto è stata varata una proroga delle norme vigenti che però, se aiuta chi ha già iniziato la realizzazione dell’impianto, penalizza chi vorrebbe costruirlo. È uno stallo che blocca il settore da nove mesi. Inoltre le bozze del nuovo decreto sono deludenti perché impongono un tetto al prezzo del biometano che poteva avere senso mesi fa, quando l’energia costava molto meno di oggi. Ma con le nuove tariffe quel price cap rende antieconomico produrre biometano dai nostri rifiuti organici”.

Temete anche il fallimento delle comunità energetiche, che pure sono da molti considerate un tassello fondamentale nel nuovo modo di fare elettricità. È una difesa corporativa delle grandi aziende che rappresentate?

“No, anzi. Ci siamo battuti per nove mesi senza successo per semplificare la generazione distribuita, cioè i piccoli impianti sotto i 50 kW. Di fatto sono quasi equiparati a una centrale elettrica, mentre dovrebbero avere iter autorizzativi molto più snelli. Per quanto riguarda le comunità energetiche vediamo un rischio che molti sottovalutano: stanno spuntando come funghi professionisti improvvisati, così come è successo per il 110% nell’edilizia. Io stesso ho ricevuto una telefonata in cui mi si proponeva di acquistare cinque pannelli fotovoltaici da mettere sul tetto e di entrare in una comunità energetica. Ho chiesto di leggere lo statuto per capire come fossero suddivise le responsabilità. Perché c’è il rischio che questi professionisti improvvisati e senza copertura creditizia non paghino i contributi, che possono arrivare al 50% della spesa totale, e poi scappino lasciando i membri della comunità a saldare i conti. Per questo crediamo occorrano figure professionali qualificate”.

 

Spesso le Soprintendenze hanno dato il parere contrario alla realizzazione di impianti per energia rinnovabile. Cambierà qualcosa con il nuovo governo?

“Come associazione abbiamo provato senza successo a lavorare in modo più costruttivo con le Soprintendenze. Certamente la definizione delle aree idonee aiuterebbe, ma anche qui un tavolo con le Soprintendenze per lavorare insieme non siamo riusciti ad averlo, nonostante noi si rappresenti il 70% dell’energia prodotta in Italia”.

 

In ballo c’è la difesa del patrimonio culturale e paesaggistico…

“È vero. Ma ci serve anche l’energia, e nei prossimi mesi la vedremo scarseggiare. E comunque tutelare il paesaggio italiano significa anche frenare il processo di desertificazione e trasformazione innescato dai cambiamenti climatici, come spiegano gli scienziati nell’appello che avete promosso. Emettere meno CO2 in atmosfera significa anche preservare la bellezza del Paese. Il nuovo ministro della Cultura dovrà prendere atto della situazione. Non so come si possa fare altrimenti”.

 

E Confindustria? Voi sedete nel consiglio direttivo, ma la vostra posizione sul futuro energetico dell’Italia è condivisa dai vertici dell’associazione?

“Confindustria è uno spaccato dell’Italia. Ci sono settori che fanno più fatica a capire e che ritengono si possa continuare a fare le cose come si è sempre fatto. Altri che già hanno abbracciato il cambiamento, penso all’auto dove la transizione dalla combustione interna all’elettrico è ormai una realtà. Ormai però i nostri obiettivi sono condivisi da tutti: nel 2030 l’84% di energia elettrica sarà prodotta da rinnovabili contro l’attuale 35% circa. I colleghi imprenditori stanno capendo che solo così potremo essere competitivi. E chi non lo ha ancora compreso è perché non ha approfondito abbastanza”.