Quando il ricercatore e conservazionista Zafer Kizilkaya nel 2007 decise di tornare nella sua Turchia dopo anni di studi all’estero, rimase scioccato dall’aridità e la scarsa biodiversità della “costa turchese”, meravigliosa area di mare del Mediterraneo compromessa da più problemi. Le reti a strascico, la sovrapesca, l’impatto antropico e la crisi del clima avevano reso “deserti” i fondali. I pescatori si lamentavano per il poco pesce a Gökova Bay e l’intero ecosistema era ormai vicino al collasso.

Zafer Kizilkaya (Photo: Goldman Environmental Prize)
Zafer Kizilkaya (Photo: Goldman Environmental Prize) 

Kizilkaya tentò così più strade: coinvolgere i pescatori nella protezione ambientale, fare pressione sul governo turco per realizzare aree marine protette e, con un po’ di visione e creatività, invitò persino cuochi esperti a cucinare pericolose specie aliene – come i pesci scorpione – pur di arginare in modo utile l’invasione.

 

Alla fine, grazie al suo lavoro, il numero di pesci per metro quadrato è aumentato di dieci volte dall’introduzione delle zone di divieto di prelievo nel 2012 e i redditi dei pescatori locali sono aumentati del 400%. Oggi il ricercatore turco insiste nel proteggere ancora più mare: vuole ampliare la rete di aree marine protette (AMP), bloccare le pericolose reti a strascico e in alcune aree impedire del tutto la pesca per dare una vera chance di ripresa alla biodiversità turca.

Impegni come il suo, valgono il Goldman Envoirenmental Prize 2023. A lui e altri cinque “combattenti per l’ambiente” di tutto il mondo, sono stati infatti assegnati i sei riconoscimenti che come sostiene Richard Goldman, filantropo e fondatore del Prize, premiano “persone di origini ordinarie che fanno cose straordinarie per salvare la nostra Terra”. Spesso, ad essere riconosciuto, è l’indomabile impegno, il coraggio necessario per proteggere la natura a tutti i costi.

Chilekwa Mumba (Photo: Goldman Environmental Prize)
Chilekwa Mumba (Photo: Goldman Environmental Prize) 

Chilekwa Mumba, per esempio, da anni portava  avanti una battaglia in Zambia contro l’operazione altamente inquinante della Konkola Copper Mines, minatori che operano nella provincia di Copperbelt. Qui i danni dell’estrazione mineraria stavano diventando evidenti sia per i suoli che per la salute delle persone. Per molti era chiaro che, dietro alle attività della ditta locale, ci fosse il comando della società madre, la britannica Vedanta Resources, ma nessuno osava denunciarlo tranne Mumba. L’attivista ha intentato una causa per ritenere responsabile la Vedanta Resources e ha vinto davanti alla Corte Suprema del Regno Unito.

In questo modo ha stabilito un importante precedente legale: è stata la prima volta che un’azienda britannica è stata ritenuta responsabile per i danni ambientali causati dalle operazioni gestite da una filiale in un altro paese. Grazie alla battaglia di Mumba questo “precedente” è diventato la chiave anche per poter rivolgere accuse alla Shell Global per l’inquinamento in Nigeria.

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Diane Wilson (Photo: Goldman Environmental Prize)
Diane Wilson (Photo: Goldman Environmental Prize) 

Anche Diane Wilson, 74 anni, si è battuta contro una grande aziende vincendo una delle cause civili più importanti in termini ambientali. Pescatrice, Wilson ha dedicato parte della sua vita a raccogliere informazioni contro la multinazionale Formosa Plastics, una delle principali società petrolchimiche al mondo, accusata di aver scaricato grandi quantità di rifiuti di plastica tossici sulla costa del Golfo del Texas.

“Questa società ha distrutto le nostre comunità di pescatori e l’ecosistema. Sento un profondo legame con l’acqua e dopo 34 anni di lotta e tenacia abbiamo vinto, ed è stato incredibile”  ha detto Wilson dopo aver vinto la sua battaglia legale e ottenuto un accordo di 50 milioni di dollari, il più grande premio in una causa guidata da un cittadino contro un inquinatore industriale nella storia del Clean Water Act degli Stati Uniti.  Grazie all’impegno di Wilson, Formosa Plastics ha inoltre accettato di raggiungere lo “scarico zero” dei rifiuti e pagare sanzioni fino alla cessazione degli scarichi, così come finanziare la bonifica delle zone umide e dei vicini corsi d’acqua in Texas.

Alessandra Korap Munduruku (Reuters)
Alessandra Korap Munduruku (Reuters) (reuters)

Più a sud, nelle foreste pluviali dell’Amazzonia, anche l’attivista Alessandra Korap Munduruku si è dovuta scontrare contro una multinazionale e i danni che stava provocando in uno degli scrigni di biodiversità più importanti del Pianeta.

 

In Brasile Munduruku ha infatti guidato le comunità di diversi territori amazzonici nella battaglia per fermare lo sviluppo minerario della società britannica Anglo American che opera nella foresta pluviale. Grazie all’impegno di Munduruku, due anni fa la società ha deciso di ritirare 27 domande di esplorazione e ricerca che erano state approvate per estrarre all’interno dei territori indigeni. Fra questi, grazie alla sua tenacia,  la vincitrice del Goldman Envoirenmental Prize è riuscita a far includere anche il territorio di Sawré Muybu, fra i più estesi della zona e ricco di risorse minerarie.

Delima Silalahi (Photo: Edward Tigor/Goldman Environmental Prize)
Delima Silalahi (Photo: Edward Tigor/Goldman Environmental Prize

In un altro contesto, ma con scopi simili, si è mossa anche Delima Silalahi, ambientalista impegnata in Indonesia. Qui si è battuta per garantire che la gestione legale di 17.824 acri di foresta tropicale fosse affidata a sei comunità indigene nel nord di Sumatra. Solo loro potevano preservare al meglio e “curare” la terra dopo i danni inflitti da una ditta che opera nel settore della carta e che convertendo diverse aree in piantagioni industriali di eucalipto, realizzando così una monocultura non autoctona, aveva messo in ginocchio la biodiversità di buona parte del territorio.

Dopo la battaglia di Delima le sei comunità indigene hanno ottenuto la gestione del territorio e dato il via a bonifiche e lavori per ripristinare le foreste e preservare i preziosi serbatoi di carbonio tipici di queste aree tropicali indonesiane.

Chilekwa Mumba (Photo: Goldman Environmental Prize)
Chilekwa Mumba (Photo: Goldman Environmental Prize) 

Infine a vincere il Goldman, nella Finlandia ricca di foreste e torbiere, è stato anche l’attivista Tero Mustonen che dopo anni di lotta ha ottenuto dal 2018 la possibilità di guidare il ripristino di  62 ex siti minerari e forestali prima a carattere industriale, dove suoli e biodiversità erano in forte difficoltà. Oggi grazie all’impegno di Mustonen questi luoghi dimenticati si stanno trasformando sempre più in zone umide e habitat in grado di ospitare flora e fauna finlandese. Inoltre, grazie alla materia organica presente nelle torbiere, la sfida di Mustonen si è trasformata anche in una preziosa “mano” per tutta Europa dato che proprio quei loghi sono tra i pozzi di assorbimento di carbonio più efficaci e utili nella lotta al surriscaldamento globale.