“Ci sono coperte fatte a mano che raccontano affascinanti storie d’antan: nei tessuti c’è il senso di vite passate, ci sono ricordi e meraviglie. Ho così pensato che fosse un peccato che finissero nelle discariche. Perché questa non è mai una scelta ecosostenibile. E allora – iniziando da una vecchia coperta che avvolgeva un comodino – ho iniziato a cercare vecchi tessuti abbandonati, tra i mercatini e nelle case delle nonne del mio Abruzzo, ricavandone cappotti e capi d’abbigliamento. Ridare vita alle cose, tenendo memoria del loro secolare trascorso: ecco quel che faccio”. Sceglie le parole con cura, accarezzando i lunghi capelli argentati, Diana Eugeni. La sua “Vusciché” è un’azienda giovane che punta tutto sull’economia circolare. “Vusciché, in dialetto abruzzese, significa proprio mescolare con forza – racconta – ed è quello che faccio con il mio brand: mixare tessuti antichi, creando nuove storie da indossare e dando un segnale preciso per il futuro del nostro Pianeta, minacciato dal consumismo sfrenato dagli ultimi decenni”.


Il primo cappotto è nato nel 2020: un’idea, ancor prima che un capo da indossare per proteggersi dai rigori dell’inverno. “Mi è subito parsa chiara la necessità di creare sul territorio abruzzese una filiera circolare nell’ambito della moda – annuisce la designer – evitando che tessuti antichi di pregio, ma anche di minor valore, finissero al macero e provando così a rigenerarli, senza che si destrutturassero chimicamente, per avere nuovi capi”. Per farlo, ha avviato una collaborazione con Co-Up!, una cooperativa fondata da imprese, associazioni e professionisti della moda che si impegnano a rappresentare gli interessi dei consumatori della moda offrendo a tutti dei prodotti di qualita?, sicuri e il cui uso sia non solo in armonia con la natura ma funzionale all’attivazione di un nuovo modo di fare moda. “Ci impegniamo – spiega ancora Eugeni – a sostenere la transizione all’economia circolare, che parte dalla valorizzazione e il rilancio sul mercato di tessuti, accessori, materiali fermi a magazzino e tutte le applicazioni e le buone pratiche, aderenti al Protocollo Waste Couture, per realizzare un prodotto che sia un addizionato di virtuosismi per la moda funzionale alla rigenerazione dei sistemi della Terra”.


Emigrata di ritorno, Diana ha così trovato la sua strada in Abruzzo dopo anni trascorsi all’estero, tra Francia e Inghilterra, con una laurea in architettura e un dottorato di ricerca in sostenibilità. “Ho sempre lavorato nel campo del fashion – racconta – ma mi sono presto stufata di chiacchiere e distintivi, dell’apparenza e della superficialità. Poi è arrivata l’illuminazione: ‘abitare gli abiti’, ecco quel che avrei fatto. Puntare su un processo che possa aiutare a preservare il pianeta, disegnando nuovi cicli di vita per prodotti destinati a morte certa”. Le creazioni di Diana sono state mostrate nel corso dell’Ifta Evening Show, la tre giorni di sfilate e di eventi dedicati alla moda femminile, dal 19 al 21 luglio a Vietri sul Mare, dove si è posto l’accento su sostenibilità ed economia circolare. Sono sempre più i brand eco-friendly, dichiaratamente ispirati all’upcycling. Con l’artigianalità, ritrova così vigore un appassionato afflato per l’ambiente. E per le storie.


“A chi approccia ai miei capi suggerisco sempre una domanda preliminare: quante cose avranno visto questi tessuti? Nei borghi della mia regione c’erano corredi preziosi, per matrimoni importanti, che sarebbero finiti in discarica: che offesa!  Oggi le discariche andrebbero riorganizzate in centri di riuso. Il packaging, il più delle volte inutile, andrebbe ridimensionato. Se qualcosa sta cambiando? Sì, ma con una certa lentezza. Bisogna invece accelerare, perché il nostro pianeta non è eterno”. Le si illuminano gli occhi, questa è una storia di passione più che di affari. La risposta local ai grandi marchi: a 54 anni, Diana vive nella piccola Roseto degli Abruzzi. È sposata con Robert ed è mamma di Anyi, 21 anni, Michael, 18, e Angelica, 16. “Le anziane abruzzesi sono brave, mi portano le coperte in una sorta di processione laica e, con i loro capi, mi consegnano ricordi di vite passate, convinte che in qualche modo possano sopravvivere loro attraverso i tessuti. E così – conclude Diana – è un po’ come se creassimo, tutte insieme, una comunità virtuale, nella più nobile delle accezioni, in cui si consuma uno scambio reale tra passato e futuro”.