Gli esperti li chiamano dark data, dati oscuri: si tratta di “tutte le informazioni che le organizzazioni raccolgono, processano e memorizzano durante le normali attività commerciali, ma che poi non sono più utilizzate per altri scopi”. Tradotto, una quantità incredibile di dati – che spesso rappresenta la maggior parte della totalità dei dati – prodotti e usati pochissimo, ma comunque conservati ad libitum. Conservazione che richiede computer, server, infrastrutture: cioè energia.

Tanta energia: secondo le ultime stime, il compartimento IT, a livello mondiale, entro il 2025 consumerà circa il 20% di tutta l’energia prodotta e sarà responsabile del 5% delle emissioni totali di anidride carbonica. È per questa ragione che Tom Jackson e Ian Hodgkinson, docenti di gestione della conoscenza e strategia alla Loughborough University, hanno recentemente introdotto l’idea di “decarbonizzazione digitale”: “Con questo concetto”, spiegano su The Conversation, “non intendiamo la promozione dell’utilizzo di telefoni, computer, sensori e altre tecnologie digitali per ridurre le emissioni di un’organizzazione. Tutt’altro: quello a cui ci riferiamo è la riduzione delle emissioni dovute ai dati digitali. È cruciale riconoscere che la digitalizzazione, di per sé, non costituisce un problema ambientale; ma ci sono grandi impatti ambientali che dipendono da come usiamo i processi digitali nelle attività lavorative quotidiane”.

 

Il fenomeno sta raggiungendo dimensioni sempre più importanti: per illustrare l’impatto dei dark data, gli scienziati hanno per esempio mostrato che i data center hanno un’impronta carbonica superiore a quella dell’industria dell’aviazione. Un’azienda “media”, per esempio un’agenzia di assicurazione, un grande magazzino o una banca in cui lavorano cento persone, può arrivare a generare fino a 3mila gigabyte di dark data ogni giorno: conservarli per un anno corrisponde, in termini di emissioni, a volare sei volte da Londra a New York.

Riportando questo calcolo al livello globale, gli esperti hanno stimato che le aziende attualmente producono quasi un miliardo e mezzo di gigabyte di dark data ogni giorno, l’equivalente di 3 milioni di voli tra Londra e New York. E hanno perfino messo a punto un calcolatore online per stimare il “costo” (sempre in termini di emissioni di anidride carbonica) di un’azienda.

“Il rapido aumento della quantità di dark data prodotti a livello globale”, concludono gli esperti, “solleva grandi interrogativi sull’efficienza delle attuali pratiche digitali. Ci auguriamo che il nostro lavoro possa contribuire a sensibilizzare sul tema e ampliare il movimento della decarbonizzazione digitale, nel quale dovremmo impegnarci tutti se vogliamo davvero raggiungere lo zero netto nelle emissioni”. Si può cominciare anche dal proprio piccolo, per esempio sbarazzandosi di foto, mail e documenti che ormai non si consultano più. Ogni file conta.