Dopo due rinvii, a causa della pandemia di Covid, dal 7 al 19 dicembre a Montreal si tiene la 15ª Conferenza delle Parti (COP15) della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CBD). La Cop sarà preceduta da una riunione di 3 giorni, in cui gli esperti dei governi cercheranno di correggere e affinare la bozza dell’accordo, nel tentativo di ridurre le distanze sui punti che ancora dividono le nazioni, aprendo la strada ai negoziati veri e propri, prima dell’arrivo a metà mese dei ministri. A meno di un mese di distanza da COP27, l’incontro internazionale si tiene in Canada (Montreal è sede del segretariato della CBD), ma sotto la presidenza della Cina, che avrebbe in origine dovuto ospitare il vertice a Kumming nell’ottobre 2020.


La conferenza servirà a definire nuovi obiettivi e sviluppare un piano d’azione per la natura entro il 2030, concentrandosi sull’arresto della perdita di biodiversità nel mondo tramite un accordo per la valorizzazione, il ripristino e la conservazione della biodiversità, da attuare entro il 2050. Alcune delle questioni sul tavolo sono comuni a COP27, con la quale Cop15 condivide in larga misura gli schieramenti dei Paesi. Purtroppo, nonostante la biodiversità sia alla base del cibo che mangiamo e dell’aria che respiriamo, oltre a proteggerci dall’inquinamento, dalle inondazioni e dai guasti climatici, i temi che la riguardano non godono spesso della stessa attenzione riservata al riscaldamento globale. Così, il vertice di Montreal non vedrà la stessa partecipazione di quello di Sharm el-Sheikh.

Lorenzo Ciccarese
Lorenzo Ciccarese 

È Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’area per la biodiversità terrestre Ispra, rappresentante nazionale Ipbes (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, il corrispettivo dell’Ipcc per la biodiversità), a fare da bussola per orientarsi sull’accordo che si vuole raggiungere alla Cop15.

 

Intanto, qual è la posizione dell’Italia?

“L’Italia ha partecipato attivamente alla costruzione dell’architettura dell’attuale bozza dei piani per il 2030 e per il 2050, anche grazie al contributo della nostra comunità scientifica. In questi tre anni di analisi e di incontri negoziali siamo riusciti a trovare una posizione comune nell’UE coerente con le indicazioni della scienza e la volontà di mantenere alto il livello dell’ambizione. Condividiamo e siamo totalmente allineati alla posizione dell’Unione europea, che è riassunta  appunto in un documento: alla base c’è sempre la strategia Ue per la biodiversità, dove l’asse principale della tutela della natura è la conservazione su base territoriale, attraverso l’istituzione e la buona gestione delle aree protette, specialmente nelle aree di particolare importanza naturalistica, e delle cosiddette altre misure efficaci di conservazione”.

Cosa chiede il documento?

“L’UE vuole un target globale come quello della Strategia UE: almeno il 30% delle terre e del 30% dei mari europei conservati, entro il 2030.  Questo però non basta per arrestare e invertire il declino della biodiversità. C’è bisogno che ogni Paese si impegni a preparare e attuare dei piani di ripristino della biodiversità, attraverso interventi di rinaturalizzazione, ricostruzione di ambenti naturali, attività su siti specifici, per migliorare la qualità dei suoli e la vegetazione, in maniera da riportare, entro il 2030, al loro stato naturale il 30% degli ecosistemi degradati. Per l’Ue ripristino significa infatti anche ridurre i pesticidi e l’impatto dell’agricoltura, perché la conservazione passa soprattutto sulla protezione della biodiversità al di fuori delle aree protette. Inoltre, l’UE, per attivare azioni positive per la natura nei settori economici, spinge per avere un obiettivo che riduca di almeno del 25% l’impronta ecologica sulla biodiversità.”

 

A livello globale si può trovare un accordo sulla posizione europea?

“La strategia UE per la biodiversità è stata mutuata anche per il Global biodiversity framework per il post 2020, che sarà appunto in discussione a Montreal. Per la prima volta questi accordi, che hanno un piano decennale, avanno una prosecuzione fino al 2050, data entro la quale ci si propone di “vivere in armonia con la natura”. Questo sembra un obiettivo retorico, ma ha in realtà basi molto concrete, che provengono da due rapporti prodotti da IPBES, il Global Assessment 2019 e dal rapporto Values 2022, al quale oltre a scienziati hanno partecipato diversi filosofi che hanno indicato i diversi valori della biodiversità”.

Attivisti manifestano a Montreal durante le riunioni preparatorie di Cop15 (foto Ciccarese)
Attivisti manifestano a Montreal durante le riunioni preparatorie di Cop15 (foto Ciccarese) 

In molti sostengono che anche Cop15, come COP27, dovrebbe trovare un obiettivo simbolo, equivalente alla soglia di 1,5 C° di temperatura. Le sembra praticabile?

“Intanto è bene sottolineare che tra le due Cop c’è assoluta comunanza di temi, perché per la prima volta Ipbes e Ipcc nel 2021 hanno stilato insieme il rapporto Climate change e biodiversity, che guarda ai rapporti tra le due crisi e indica che attraverso soluzioni basate sulla Natura è possibile sviluppare un potenziale enorme di fissazione del carbonio, pari a 10 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, che è circa un terzo degli impegni di riduzione. Sempre in questo rapporto si dice anche chiaramente che deve esserci un cambio del modo in cui produciamo, trasformiamo i beni e trattiamo i rifiuti, introducendo benefici per la biodiversità e non monocolture, o soluzioni per la bioenergia. Di sicuro, si cerca di trovare la maggiore coerenza possibile tra i due indirizzi di Cop27 e Cop15, tuttavia trovare un corrispettivo di 1,5 °C per la biodiversità non è realistico, non si può semplificare. Qualcuno aveva indicato lo slogan “salvare 1 milione di specie”, ma come far capire che tra queste ci sono anche batteri, funghi o licheni? Possiamo però considerare una meta simbolo il “30% by 30″ un obiettivo su scala globale, come per le emissioni”.

 

Come a Sharm el-Sheikh si discuterà di compensazioni e finanziamenti per i Paesi vulnerabili, poveri e in via di sviluppo?

“Se possibile, la discussione a Montreal sarà ancora più complicata e ampia: per esempio, in uno degli ultimi negoziati il Malawi ha chiesto 200miliardi di dollari l’anno a nome dei paesi africani, per attuare l’accordo che speriamo di approvare. Questo è di sicuro un nodo chiave attorno a cui ruota il negoziato insieme ai termini usati per definire le strategie. Un primo passo verso l’accordo è stato fatto l’anno scorso al G20 di Roma, quando i capi di stato si sono accordati sull’uso di due opzioni per la protezione della biodiversità: “nature based solutions” o “ecosystem based approaches”, con la prima più focalizzata sulla biodiversità e la seconda sul clima. Poiché anche la Cina aveva firmato il documento del G20 potrebbe ora abbracciare le “nature based solutions” secondo la definizione che ne ha fatto l’Unep. In pratica, potrebbe sentirsi meno vincolata sulla soglia climatica, ma coinvolta in quella per la protezione della bodiversità, su cui ha avviato sul proprio territorio molti progetti interessanti”.

 

Cina e Brasile, sono questi i due Paesi chiave per l’accordo?

“Sì, la Cina fino a qualche settimana fa aveva un atteggiamento poco convinto, negli incontri intermedi e preparatori non aveva fatto sentire la sua leadership. Per motivi tattici sono stati cauti, poi, anche a seguito delle pressioni Ue, Pechino ha deciso di non far slittare ancora la Cop e tenerla in Canada. È la prima volta che la Cina organizza un evento del genere e ha investito molto, per cui vorrà far sentire la sua capacità di leadership e portare a casa un risultato in un consesso multilaterale. Nell’ultimo periodo la Cina ha ripreso l’iniziativa ed è più convinta nella possibilità di raggiungere un accordo. L’influenza della Cina può essere enorme, questo ci dà speranza. Quanto al Brasile, molto ruoterà intorno alla proposta avviata da Lula di misure di compensazione: insisteranno sulle compensazioni ai Paesi in via di sviluppo e ora potranno garantire la trasparenza su come vengono usate”.

 

È ottimista sulla possibilità di trovare un buon accordo?

“Sì, a un accordo si dovrà arrivare per forza, probabile che alla fine la presidenza cinese, forte della sua leadership sui Paesi in via di sviluppo, proponga una mediazione tra le parti negoziali: tra i Paesi che vogliono un accordo ambizioso, per arrestare e invertire l’annientamento biologico del pianeta entro il 2030 e arrivare a vivere in armonia con la natura entro il 2050, attraverso politiche e interventi di riduzione delle minacce, di integrazione dei diversi valori della biodiversità nei settori economici e di attuazione inclusiva e trasparente degli impegni; e i Paesi in via di sviluppo, che non hanno gli strumenti, non solo finanziari, per raggiungere gli stessi obiettivi in casa propria e per questo chiedono ai Paesi ricchi di sostenerli nello sviluppo delle capacità e nel trovare le giuste ed eque risorse finanziarie. Io penso che, dopo lo stop di Sharm el-Sheikh, a Montreal la comunità internazionale, sul tema della natura, potrà ritrovare lo spirito giusto per riprendere il multilateralismo”.