Lo salvi chi può. Perché il cavalluccio marino, tra i pesci più carismatici del Mediterraneo, è sempre più a rischio. Colpa dell’impatto antropico sugli ecosistemi, minaccia costante alla sopravvivenza di specie fragili, caratterizzate da una limitata capacità di spostamento: i cavallucci marini mediterranei tendono a trascorrere l’intera vita in un territorio di appena venti metri quadrati. “Territori che sono sempre più spesso alterati dalla creazione di barriere artificiali, dalla cementificazione delle coste, dalla distruzione dei fondali a fanerogame, dalle attività estrattive e dall’inquinamento”, sottolinea Claudia Gili, che dirige il Dipartimento Conservazione Animali Marini e Public Engagement della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. “E poi – aggiunge – c’è il commercio globale di una specie molto richiesta, in gran parte per soddisfare le richieste del mercato hobbystico e quelle della medicina tradizionale orientale”.

Di qui il declino delle popolazioni naturali del genere Hippocampus, inserite nella lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN): si stima un calo demografico compreso tra il 20 e il 30%. Gli appassionati di subacquea e biologia marina confermano: sono sempre meno frequenti gli incontri con i cavallucci marini, che devono il loro nome comune a quel muso allungato che ha da sempre ispirato miti e leggende, a cominciare dal legame con il dio Nettuno e le altre divinità del mondo sommerso, che amavano cavalcarli considerandoli simbolo di forza e spirito creativo.

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E dunque per invertire la tendenza e soccorrere le popolazioni a rischio delle due specie diffuse nei mari italiani – l’Hippocampus guttulatus, detto “cavalluccio comune” per la maggiore diffusione e possibilità d’incontro lungo le coste, e l’Hippocampus hippocampus, chiamato anche cavalluccio camuso per il suo muso corto – prende forma una strategia articolata di tutela, che si traduce in un progetto di conservazione coordinato e condiviso da Stazione Zoologica Anton Dohrn e Università della Tuscia.

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Nelle vasche dello storico Aquarium di Napoli, primo acquario in Italia, tra i più antichi al mondo, riaperto a giugno dopo completo restauro – il dottorando Raffaele Panzuto lavora quotidianamente all’allevamento di questa specie ex-situ con l’obiettivo di rendere più efficaci i protocolli rispetto all’efficienza riproduttiva e al tasso di sopravvivenza dei giovanili. “L’obiettivo – spiega Gili – è quello del successivo rilascio in natura”.

Ma in contemporanea è stata avviata un’indagine per mappare la distribuzione delle due specie italiane attraverso attività di citizen science con il coinvolgimento della comunità dei subacquei di tutta Italia. Che attraverso un modulo, possono attivarsi in prima persona per la loro tutela.

Come? “Condividendo i dati sulle osservazioni di cavallucci marini durante le loro immersioni. – spiega Gili – Un veloce quiz ci aiuta a valutarne la capacità di riconoscimento delle singole specie per poter validare l’attendibilità del dato a livello di genere o di specie. Aspetto peculiare del form è la possibilità dei sub di raccontare, attraverso i dati, la storia della popolazione di cavallucci valutandone stabilità o in rarefazione e identificando eventuali minacce rilevate. È possibile inviare foto o video per avere supporto nell’identificazione o mostrare dettagli ambientali che ritengono importanti. Il form considera anche il tempo di osservazione: è infatti più facile che un sub rilevi i cavallucci o si renda conto di determinate dinamiche se esplora frequentemente una determinata area, rispetto a chi lo fa raramente”.

Le informazioni raccolte attraverso attività di citizen science come questa sono considerate essenziali per identificare i siti di rilascio più idonei per gli esemplari allevati nell’Aquarium. E, naturalmente, per invertire il pericoloso trend in ribasso delle popolazioni dei cavallucci marini nei mari italiani. Soccorrendo un animale simbolo della biodiversità sommersa, esaltato dal mondo dei cartoon e particolarmente amato dai bambini. Un pesce dalle caratteristiche singolari. “Spesso dopo una lunga danza di accoppiamento le coppie formate restano insieme per la vita. – sottolinea per esempio Claudia Gili – Inoltre nel caso dei cavallucci è il maschio a ‘partorire’: la femmina introduce le uova nella sacca addominale del maschio, che ne garantisce nutrimento e sviluppo. Sarà il maschio a dare alla luce i piccoli, quasi del tutto simili agli adulti, che trascorreranno le prime fasi di vita lasciandosi trasportare dal movimento della corrente”.