Quasi il 40% delle affermazioni ambientali o dichiarazioni “verdi” sui prodotti fatte dalle aziende oggi sono prive di fondamento. A sostenerlo è la bozza chiamata “Directive of the European Parliament and of the Council on Green claims” della Commissione Europea, in fase di completamento, che verrà presentata nelle prossime settimane a Bruxelles: si tratta di uno strumento con cui l’Europa punta a nuove direttive per fermare il greenwashing.

Dopo l’Onu, che durante la Cop27 in Egitto aveva ribadito attraverso un documento la necessità di combattere l’uso continuo e improprio di promozione di prodotti attraverso parole come “verde”,  “eco” o “rispettoso dell’ambiente” spesso difficilmente verificabili, ora l’Ue sta intensificando il suo percorso sia per aiutare i consumatori a fare scelte informate e concrete su ciò che acquistano, sia per penalizzare al contrario quelle aziende che abusano di dichiarazioni false o non comprovate.

 

Ambiente

Breve storia del greenwashing

di Marco Panara

Nel preambolo al futuro disegno di legge l’Unione specifica infatti che oggi “i consumatori non dispongono di informazioni affidabili sulla sostenibilità dei prodotti e devono affrontare pratiche commerciali fuorvianti come il greenwashing o la mancanza di trasparenza e credibilità delle etichette ambientali”.

Sanzioni per chi usa termini “verdi” non comprovati

Per riuscire a mettere un freno alle forme di greenwashing o false dichiarazioni l’Europa punta quindi a responsabilizzare i vari stati membri chiedendo ai Paesi di garantire – anche con multe – l’applicazione di future regole. Si passerà infatti probabilmente – indica la bozza – verso la creazione di un sistema di verifica per la fondatezza delle dichiarazioni ambientali, che dovranno essere verificate da controllori “indipendenti”.

 

I vari paesi dell’Unione Europea dovranno garantire l’applicazione delle regole e introdurre sanzioni per i trasgressori che dovranno essere “efficaci, proporzionate e dissuasive” con importi stabiliti a seconda della “natura e gravità della violazione” e la multa potrà variare anche a seconda del potenziale danno ambientale causato.

 

Inoltre, secondo i piani, le aziende che intendono promuovere gli aspetti climatici o ecologici positivi delle loro offerte dovranno anche evidenziarne, nel caso, gli effetti negativi.

In particolare, i termini utilizzati per promuovere un prodotto che dovranno essere verificati con esattezza e comprovati sono alcuni di quelli che oggi stiamo già imparando a masticare spesso: ad esempio “climate neutral”, “carbon neutral”, oppure espressioni come “100% CO2 compensato”.

 

Con studi che di recente stanno rivalutando in negativo il sistema delle compensazioni di CO2, e diverse critiche a questo metodo che arrivano anche da parte del mondo ambientalista, l’idea di vendersi come “green” solo perché si emette ma si compensa altrove (ad esempio piantando alberi dall’altra parte del mondo) dovrà essere rivista, oppure essere ancor più chiara per risultati ottenuti. Insomma, rendicontata in ogni modo, perché altrimenti si rischia di fuorviare i consumatori “quando le affermazioni si basano su tali compensazioni” dice l’Ue.

Servono più informazioni per i consumatori

Altro punto chiave per la trasparenza sarà ad esempio migliorare gli annunci sulla riduzione delle emissioni. Spesso ci imbattiamo in aziende o slogan che promettono di ridurre la propria impronta ecologica, talvolta fissando le soglie di questo miglioramento a “entro il 2030”.

 

Per l’Europa sarebbe però fondamentale anche dire da quando è iniziato questo percorso di riduzione, oltre che come: se per esempio una impresa ha ridotto le proprie emissioni del 50% dal 2017 non è la stessa cosa se lo ha fatto nell’identica percentuale ma dal 1999. Dunque, le aziende sono invitate a specificare meglio date e dettagli dei propri obiettivi.

Biodegradabile, compostabile, bio-based

Inoltre un giro di vite è previsto anche per l’uso, quando non chiaro o comprovato, delle parole “biodegradabile”, “compostabile”, o ancora “bio-based”. Per questi termini si vuole promuovere maggiore specificità e solo i materiali che sono stati confermati come compostabili industrialmente dovrebbero essere etichettati proprio come “compostabili”, per esempio. Così come serviranno etichette, ricche di dettagli, anche per definire un prodotto biodegradabile mentre le bioplastiche “dovrebbero fare riferimento solo alla quota esatta e misurabile del contenuto di plastica a base biologica nel prodotto” dice l’Ue.

Nel contrasto a operazioni di greenwashing sarà poi cruciale lo strumento del Product Environmental Footprint (PEF) quello che oggi, prendendo in considerazione l’intero ciclo di vita del prodotto, fornisce indicazioni sul suo impatto ambientale. Ecco, questo sistema secondo Bruxelles dovrà essere implementato e vincolante per gli Stati membri in modo tale da avere un metodo condiviso per valutare se, ad esempio, si può parlare davvero di un qualcosa di “verde” o meno.

 

Nel novembre 2020, su 344 prodotti analizzati in un caso studio, oltre il 40% delle affermazioni green o i claim pubblicitari apparivano per esempio privi di veridicità e completezza. Inoltre nel 57% dei casi l’azienda non dava elementi sufficienti nemmeno per poter verificare le informazioni. Anche per questo motivo, ribadisce l’Ue, il sistema PEF dovrà essere decisivo per avere una chiarezza condivisa.

Una task force contro il greenwashing

Infine, mentre nelle prossime settimane sarà presentata la proposta dell’Unione Europea, in Italia l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha istituito una task force proprio per la trasparenza e la finanza sostenibile contro il greenwashing. Servirà per aiutare la corretta destinazione degli investimenti, soprattutto di quelli pubblici, ma anche per sostenere le aziende che vogliono davvero intraprendere percorsi verdi e sostenibili ed essere certificate in tal senso.