Gli alberi, se lasciati in pace, possono sopravvivere per migliaia di anni. Una vocazione alla longevità che candida queste piante al primato di organismi viventi più antichi della Terra. L’ultimo scoperto è “Gran Abuelo”, un cipresso della Patagonia che potrebbe sfiorare i seimila anni, ovvero sei secoli in più di Matusalemme, un Pinus longaeva endemico delle montagne californiane che fino ad oggi è stato considerato il grande vecchio del nostro pianeta con un’età di 4.854 anni. Gran Abuelo, che supera i 30 metri di altezza, cresce ancora oggi in Cile nel Parco nazionale Alerce Costero, 800 chilometri a sud della capitale Santiago.

Oltre al primato anagrafico, gli highlander vegetali sono una miniera di dati. Da materia all’apparenza inerte il legno di questi alberi può diventare una capsula del tempo in cui sono codificate informazioni sull’evoluzione del clima e dell’ambiente che, con le tecnologie attuali, si possono decifrare con precisione. E non solo.

 

Secondo Jonathan Barichivich, ricercatore del Centre National de la Recherche Scientifique (il corrispettivo francese del nostro CNR) che ha studiato il cipresso millenario, alberi come Gran Abuelo possono aprire una finestra su quello che ci aspetta in futuro. Come? Raccogliendo ed elaborando tutti quei big data ecologici incisi sui corpi di questi esseri viventi così antichi. Lo scienziato ha di recente ricevuto un finanziamento da oltre un milione di euro dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) per integrare le informazioni di centinaia di alberi vetusti sparsi per il mondo per un grande esperimento di simulazione sulle capacità di reazione di queste piante, e non solo, al riscaldamento globale.

Anche l’età di Gran Abuelo è stata ricavata con un simulatore, perché dall’analisi sul campo l’albero risultava avere “solo” 2.400 anni. Calcolare la data esatta di nascita di un albero non è una passeggiata perché la natura è spesso allergica alle classifiche. Ci sono specie, come l’olivo, per cui si possono fare solo stime approssimative. Sui presunti diecimila anni di Old Tjikko, un abete rosso della Svezia centrale, il dibattito prosegue ancora oggi e divide gli scienziati. 

Valerie Trouet: la sete degli alberi è scritta negli anelli

Di norma si contano gli anelli di accrescimento presenti nel tronco e, quando possibile, si passano i campioni di legno all’esame del radiocarbonio. Ma oltre la metà di Gran Abuelo è in buona parte marcita e inutilizzabile. Barichivich, non convinto del responso del legno, elabora un modello matematico che, sulla base del clima e delle variazioni ambientali, arriva a una stima di 5.484 anni con una percentuale di affidabilità di circa l’80%. Questo cipresso, originario delle foreste fredde e umide delle Ande meridionali, sarebbe germogliato all’alba dell‘Età del Bronzo.

 

Molti, nella comunità scientifica, hanno accolto la notizia con scarso entusiasmo perché non si possono contare gli anni di un albero solo con un computer. La datazione poi è stata annunciata in modo irrituale, ovvero prima di essere pubblicata su una rivista scientifica internazionale. Quella che può sembrare una pura formalità è considerata dalla maggioranza degli studiosi, a ragione, un requisito indispensabile di attendibilità della ricerca.

 

Ma tutti concordano sul segreto di queste conifere millenarie: la crescita molto lenta. Lo stesso vale per Italus, il pino loricato del Parco nazionale del Pollino in Calabria che ha superato i mille anni e la cui datazione è stata compiuta nei canoni previsti dalla ricerca. 

 

Ma Gran Abuelo e Italus sono in qualche modo legati da un filo invisibile. Gli scienziati che li hanno scoperti, Barichivich e Gianluca Piovesan dell’Università della Tuscia, hanno una storia in comune. Entrambi i bisnonni sono migrati quasi un secolo fa in quelle foreste, nel Cile meridionale e sull’Appennino calabro, come taglialegna. Quasi per contrappasso i nipoti sono tornati sulle loro tracce per salvare gli stessi alberi.