Sono l’ennesimo regalo del nostro Rinascimento. Era un’epoca in cui i saperi cominciavano a organizzarsi e laicizzarsi, nascevano le università e la scienza così come oggi la intendiamo muoveva i suoi primissimi passi. Gli orti botanici sono nati nelle università, paradossalmente per evitare le truffe, per consentire a chi voleva diventare medico o farmacista di vedere con i propri occhi le piante da cui poi avrebbe estratto unguenti e pozioni e non cadere più nelle trappole di chi gli avrebbe offerto a caro prezzo, come spessissimo accadeva, erbacce inutili.

Green&Blue Open Summit, le piante e i loro diritti

La laicità c’entra perché fino ad allora erano stati soprattutto i monaci a coltivare piante medicinali, i semplici, come vengono chiamate per distinguerle dai composita, farmaci realizzati mescolando più piante, ma in quel prodigioso XVI secolo italiano il monopolio della conoscenza e della formazione usciva da conventi e monasteri e si insediava in istituzioni laiche, le università appunto, anch’esse una innovazione italica.

La prima missione degli orti botanici è stata quindi educativa e inizialmente dedicata alle piante utili per la cura delle malattie, ma presto il loro orizzonte si allargò, erano gli anni delle esplorazioni e delle scoperte, la navigazione oceanica allargava il mondo e i velieri tornavano carichi di esotiche novità. Per principi e ricchi mercanti era un segno di prestigio e potere avere piante ed alberi esotici, che presto cominciarono ad affollare gli orti botanici dove erano oggetto di studio e delle prime classificazioni. La botanica come scienza è figlia di quelle esperienze e di quelle curiosità che trovarono in Italia terreno fertilissimo.

Il primo orto botanico fu creato a Pisa per volontà di Cosimo I dei Medici e su richiesta del medico romagnolo Luca Ghini, che Cosimo aveva chiamato per dare lustro alla scuola botanica della sua Università. Ghini aveva proposto di farlo a Bologna, ma i tempi si allungarono e lui non voleva aspettare e fu grazie a quella pigrizia bolognese che i Medici ebbero il primato prima con l’orto di Pisa, nel 1543, e poi con quello di Firenze nel 1545. Ghini era un innovatore e oltre a costruire il primo orto botanico della storia introdusse anche la tecnica di essiccazione delle piante per consentirne lo studio quando la stagione non permetteva di farlo sulla pianta viva.

L’orto di Pisa in breve tempo si conquistò una fama europea, ci fu una corsa ad imitarlo e fu Padova, che già aveva dalla sua il primato dell’università più antica del mondo, a toglierle lo scettro. Padova era di due anni più giovane, l’orto fu costruito nel 1545, ma è il più antico ad essere nella sede originaria (quello di Pisa ha traslocato due volte) e a conservare la struttura iniziale. Bellissima. Lo racchiude un grande muro circolare dentro al quale è iscritto un quadrato diviso a sua volta in quattro quadrati, e poi statue, fontane, viali, lungo i quali passeggiavano Galileo Galilei e Andrea Vesalio, Torquato Tasso e mille altri. Tra i quali Goethe, che lo visitò nel 1786 e rimase colpito da una pianta straordinaria che ormai è chiamata Palma di Goethe e che è ancora viva e vegeta. Oggi quell’orto botanico, patrimonio dell’umanità Unesco, è assai più grande di allora, altri spazi si sono aggiunti e c’è una magnifica serra, il Giardino della biodiversità, percorrendo il quale si passa dall’Equatore ai poli in un viaggio unico, reso possibile da una tecnologia che riesce a dare alle piante di ciascuna latitudine il clima di cui hanno bisogno.

LE OASI IN CITTA’

La skyline vegetale di Palermo

di Fabio Marzano

Alessandra Viola e Manlio Speciale, nel loro libro Andare per orti botanici (Il Mulino) ci raccontano di Pisa e di Padova, di Roma e di Torino, di Napoli e di Palermo. A dare a Roma un orto botanico fu la passione per la natura della Regina Cristina di Svezia, che abdicò e lasciò il suo Paese quando decise di convertirsi al cattolicesimo e dopo quattro anni di peregrinazioni scelse Roma. Era la Roma barocca del ‘600 di Bernini e di Borromini, la regina nel 1659 prese casa a Palazzo Riario alla Lungara proprio attratta dal magnifico parco che si arrampica verso il Gianicolo. Ne fece un giardino delle meraviglie e, pur molto cambiato nei quasi quattro secoli trascorsi da allora, ancora lo è.

A Napoli a volerlo fu nel 1807 Giuseppe Bonaparte, il fratello maggiore di Napoleone, per potenziare gli studi di medicina dell’università. Poi a quell’orto botanico è successo di tutto, ha resistito a fatica a tentativi di trasformarlo in preziosi lotti edilizi alla fine dell’800, durante la Seconda Guerra Mondiale è stato bombardato, le sue cancellate sono state fuse per costruire cannoni, le sue aiuole sono state trasformate in orti per sfamarsi e vendere verdure al mercato nero, ci sono passati carri armati e gli anglo-americani che lo occuparono nel 1944 e nel 1945 ci fecero anche un bel campo di calcio. E tuttavia, “sempre in bilico tra devastazione e bellezza” come scrivono Viola e Speciale, ci sono cose magnifiche. Una stupenda collezione di felci, centinaia di conifere, lecci pluricentenari, piante acquatiche giganti e un originale Giardino biblico dove si incontrano le piante e gli alberi di cui si parla nel Vecchio e nel Nuovo Testamento.

LE OASI IN CITTA’

Un caffè nel Giardino della biodiversità

di Fabio Marzano

Gli orti botanici, con la loro strana e ordinata miscela di piante familiari e piante esotiche, di fiori e di frutti si avvicinano forse a come da bambini immaginavamo il Paradiso Terrestre, una natura fiorente e varia, sicura e ospitale. Oasi magiche delle quali non sempre apprezziamo l’enorme valore. Come a Napoli solo una strenua resistenza ne aveva evitato sul finire dell’800 la lottizzazione, così a Palermo solo la felice spregiudicatezza del suo direttore del tempo, Francesco Bruno, riuscì ad evitare che quel parco delle meraviglie venisse tagliato in due dallo stradone che il piano regolatore del 1950 prevedeva lo attraversasse. Lettere ai giornali, richieste di attenzione e di udienza a chi sedeva nelle stanze del potere, nessuno sembrava cogliere l’importanza di quel luogo. Bruno e i suoi giardinieri in una notte costruirono con vecchie pietre e malte antichizzate il portale di una piccola chiesa. Il vincolo della Soprindentenza era l’ultima speranza. Funzionò, lo stradone non si fece e l’orto con i suoi fascinosi viali di palme è rimasto integro.

Negli orti si studia, si fa ricerca, si sperimenta, piante ornamentali e piante utili, medicinali, tintorie, alimentari. A Pavia già dalla fine dell’800 si coltiva per esempio il tè, negli anni dell’autarchia si selezionò una pianta resistente al freddo per consentire la coltivazione su ampia scala e rifornire il mercato nazionale. La pianta regge il sapore no, e della coltivazione su larga scala non se ne fece nulla.