SHARM EL-SHEIKH – “L’atmosfera di questa Cop è nel complesso positiva, anche per quanto riguarda le fonti rinnovabili di energia. Ma la situazione è quella che è”, avverte Francesco La Camera, direttore di Irena (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili). “Nel nostro rapporto sugli impegni climatici presi dai singoli governi si vede chiaramente che i target di rinnovabili al 2030 sono la metà di quanto necessario. Bisognerebbe triplicare gli investimenti in eolico e fotovoltaico”.

Altrimenti?

“Il riscaldamento di 1,5 gradi potrebbe svanire presto come obiettivo e anche i 2 gradi saranno a rischio”.

E allora perché definisce positiva l’atmosfera di questa Cop27?

“Dai negoziati in corso emerge che si sta cominciando a definire un precorso che negli anni a venire porterà le Cop a incentrarsi meno sui negoziati e sulle parole e molto di più sulle azioni concrete, su ciò che di buono si sta facendo, sul costruire nuove partnership. Già qui a Sharm el-Sheikh, per esempio si è vista una attenzione maggiore al ruolo delle imprese”.

Cosa occorre per colmare il ritardo nel settore delle rinnovabili?

“La prima cosa da fare è ripensare la cooperazione internazionale. Noi come Irena siamo qui a Cop27 proprio per affermare con forza questo principio”.

Cosa c’entra la cooperazione con le fonti rinnovabili?

“Il principale limite che oggi abbiamo per una ancor più rapida espansione delle rinnovabili è dotare le regioni più a rischio, quindi Africa e Sudest Asiatico, delle infrastrutture necessarie per assicurare che le reti consentano di accogliere le rinnovabili di essere interconnesse, flessibili e bilanciate. Insomma dove mettere la corrente prodotta da pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Ma oltre alle infrastrutture fisiche, in quei Paesi, vanno costruite anche quelle istituzionali e normative. La cooperazione si deve focalizzare su questi temi e perché lo faccia ci vuole un chiaro indirizzo politico”.

In tutto questo quale sarebbe il ruolo di Irena?

“La nostra idea è che l’infrastrutturazione fisica debba essere compito delle grandi banche multilaterali. Poi a livello di cooperazione bilaterale, regionale, la nostra Agenzia può contribuire a costruire gli altri due pilastri: quello istituzionale e quello normativo”.

Tra i segnali positivi di questa Cop, lei include anche una maggiore attenzione alle imprese.

“Sì, l’altro motivo per cui Irena è qui è il lancio di nuove collaborazioni pubblico-privato. Abbiamo per esempio varato l’Alleanza per la decarbonizzazione industriale: hanno già aderito 28 grandi aziende internazionali, tra le quali Eni e Enel. Contiamo di portare i primi risultati alla Cop28. E abbiamo anche presentato la Global offshore wind alliance, con l’obiettivo di riunire i governi, il settore privato, le organizzazioni internazionali e altre parti interessate, per accelerare la diffusione dell’energia eolica offshore”.

Tutto questo mentre in realtà molti Paesi, Italia compresa, si affrettano a comprare gas e a costruire nuove infrastrutture per la sua estrazione e il suo sfruttamento. Non è una contraddizione?

“Non entro nel merito delle decisioni dei singoli governi. C’è naturalmente l’esigenza di supplire la mancanza di gas russo e lo si fa cercando fornitori alternativi. Ma nessuno sta facendo investimenti a lungo termine, perché rischiano di trasformarsi in stranded asset, ‘beni incagliati’. Nel breve periodo qualcuno riaprirà le centrali a carbone, chi ha i giacimenti estrarrà di più, ma non vediamo questa corsa a investimenti di lungo termine. Investire oggi nei combustibili fossili significherebbe ripetere gli errori già fatti. Sono impianti che per essere ammortizzati richiedono vent’anni, mentre diverranno stranded asset molto prima”.

Quindi è un ritorno al fossile solo temporaneo?

“Diciamo che in questo momento ci sono due forze che si contrastano: da una parte la necessità si sopperire alle mancate forniture russe, dall’altra la grande convenienza economica delle energie rinnovabili rispetto al gas. Alla lunga eolico e fotovoltaico prevarranno certamente. Ormai non c’è più nessuno che non ne sia convinto, anche perché le rinnovabili garantiscono una vera sicurezza energetica”.

E cosa risponde a chi dice che invece, se oggi dipendiamo dal gas russo, domani dipenderemo dai pannelli fotovoltaici cinesi?

“Che non è vero. In Africa ci sono le terre rare e si possono costruite pannelli come in Cina, anzi a costi più bassi. Ma per farlo occorrono investimenti. E così torniamo alla cooperazione che deve cambiare…”.

Dunque è ottimista?

“Sono sicuro che il futuro sia delle rinnovabili, i dubbi riguardano quanto ci metteremo e se riusciremo a evitare il peggio: abbiamo visto cosa è successo in Pakistan con appena 1,2 gradi in più. In passato le infrastrutture energetiche sono state costruite gradualmente. Oggi invece occorre una grande mobilitazione, perché non abbiamo più tempo a disposizione”.