Jurassic Park ci ha rovinati. Sono quasi trent’anni (il film è del 1993) che siamo tutti convinti che sia possibile riportare in vita una specie estinta a partire da un frammento di DNA antico, perfino preistorico, e moltiplicarlo fino a ricreare individui in carne, ossa e artigli. E oggi la scienza ci dice ancora una volta che le cose non stanno proprio così e che siamo stati un po’ creduloni, prendendo per reale qualcosa che era solo science fiction.

Il 16 agosto scorso la startup biotech texana Colossal Biosciences ha annunciato che finanzierà con 10 milioni di dollari il progetto di “resurrezione” del tilacino (Thylacinus cynocephalus), un carnivoro marsupiale dall’aspetto simile a un cane, meglio conosciuto come “tigre della Tasmania” per via delle strisce nere presenti sulla parte posteriore del dorso. A guidare il team che proverà a far rivivere la “tigre” nel prossimo decennio Andrew Pask, professore di bioscienze all’Università di Melbourne, che per primo nel 2017 ha sequenziato l’intero genoma del tilacino.

Cacciato fino all’estinzione dall’uomo che lo considerava una specie nociva per la pastorizia, l’ultimo esemplare conosciuto di tilacino, Benjamin, è morto nel 1936 allo zoo di Hobart, in Tasmania, mentre l’ultimo individuo avvistato in natura è quello ucciso il 13 maggio del 1930 da Wilfred Batty, un agricoltore esasperato dalle continue incursioni dell’animale nel suo pollaio.

A dire il vero non è la prima volta che qualcuno prova a resuscitare la tigre della Tasmania. Nel 1999 un analogo progetto coordinato da Mike Archer, paleontologo dell’Università del Nuovo Galles del Sud, fallì a causa della pessima qualità del DNA disponibile per gli esperimenti. Ma è indubbio che la messa a punto di nuove tecniche, prima fra tutte il Crispr, una vera e propria “forbice” genetica capace di tagliare e cucire pezzi di DNA, abbiano aperto prospettive impensabili vent’anni fa.

 

Se parlare di “resurrezione” è una semplificazione giornalistica, anche il termine tecnico corretto, “de-estinzione”, è tutt’altro che preciso. Quando una specie è estinta, lo è per sempre. Parlare di de-estinzione evoca la possibilità di “tornare indietro” ma, come dicono chiaramente le Linee guida dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), nessuna metodologia, per quanto avanzata, al momento è in grado di creare una copia fedele di una specie estinta e, al massimo, può produrre qualcosa di simile, un surrogato.

 

E allora qual è il nuovo ambizioso piano di “resurrezione”? Utilizzare il genoma del tilacino, decodificato nel 2017, come un “libretto delle istruzioni” per la ricostruzione della specie. Purtroppo, però, trattandosi di DNA di pessima qualità, in quanto ricavato da campioni museali, è come se al libretto mancassero gran parte delle pagine e le restanti fossero malridotte. La soluzione? Ricopiare i pezzi mancanti da un altro “libretto di istruzioni”, quello del parente più stretto del tilacino, il numbat Myrmecobius fasciatus, una sorta di formichiere marsupiale, talmente piccolo da stare in una mano e anch’esso a rischio di estinzione. L’intenzione degli scienziati sarebbe quindi di ottenere, a partire da una prima cellula ingegnerizzata in laboratorio, un vero e proprio cucciolo di (simil)tilacino. 

Un Myrmecobius fasciatus, parente stretto del tilacino
Un Myrmecobius fasciatus, parente stretto del tilacino 

L’annuncio del progetto ha riacceso un dibattito appena sopito dopo che, sempre la Colossal Biosciences, nel 2021 aveva annunciato l’avvio di un programma per arrivare in pochi anni a creare in laboratorio, per poi introdurlo nella tundra artica, un surrogato di mammut lanoso Mammuthus primigenius, ottenuto introducendo nel DNA di un elefante asiatico i geni in grado di conferire la resistenza al freddo, estratti da reperti fossili del pachiderma estintosi circa 4.000 anni fa.

 

La comunità scientifica in genere ha sempre accolto con un certo scetticismo i progetti che negli anni hanno cercato di riportare in vita specie estinte e, anche fra coloro che considerano intrigante l’idea della de-estinzione, sussistono perplessità sulla reale fattibilità pratica. E forse non è un caso che ad oggi si conti un solo esempio di effimero successo, quello dello stambecco dei Pirenei (Capra pyrenaica pyrenaica), dichiarato estinto nel 2000: il neonato, clonato nel 2009 a partire dai tessuti congelati dell’ultimo esemplare vivente della specie, sopravvisse solo per pochi minuti.

 

A parte gli elevati rischi di insuccesso e i forti dubbi sulla possibilità di ricostruire popolazioni vitali in ambienti spesso ormai profondamente modificati dall’uomo, le critiche più frequenti degli scienziati riguardano l’opportunità di operazioni come queste. Ha un senso investire enormi quantità di energie e denaro per tentare di riportare in vita il surrogato di una singola specie quando, secondo alcune stime, scompare una specie ogni 10 minuti e 1 milione di piante e animali sono a rischio di estinzione? Non è meglio concentrare gli sforzi sulla conservazione delle specie viventi piuttosto che dare un alibi al genere umano, convinto della propria capacità di riportare in vita ciò che esso stesso sta estinguendo? E c’è anche chi, come Emma Lee, professoressa alla Swinburne University of Technology di Melbourne e originaria della Tasmania, definisce un progetto come quello del tilacino un esempio di tecnologia applicata a una mentalità coloniale, ideato e avviato senza il consenso delle popolazioni indigene.

 

Nonostante le critiche, in larga parte giustificate, non c’è dubbio che la de-estinzione sia in grado di evocare un immaginario talmente accattivante da renderla un formidabile catalizzatore di attenzione mediatica e attrattore di finanziamenti. Che fare allora? Rinunciare a sperimentare? C’è chi chiede di finanziarla solo con donazioni private, chi reclama una seria valutazione preventiva dei rischi. Forse la prospettiva più equilibrata ce la offre Hugh Possingham, influente biologo della conservazione dell’Università del Queensland, Australia: “la de-estinzione potrebbe anche essere utile per ispirare nuove acquisizioni scientifiche e potrebbe essere vantaggiosa per la conservazione a patto che non vada a ridurre le risorse ad essa destinate”.

 

*Andrea Monaco è uno zoologo ricercatore dell’Ispra