Negli ultimi mesi, tutti coloro che guardavano con riluttanza al cambiamento climatico hanno dovuto fare i conti con una dura realtà. Le altissime temperature anche in zone dell’Europa dove il clima è più freddo rispetto ai Paesi del Sud, la mancanza di neve sulle Alpi e la conseguente siccità ci hanno fatto capire che il climate change sta facendo vedere i suoi effetti. E la siccità non è uno scherzo, al di là delle possibili restrizioni nei comportamenti di tutti i giorni ha effetti gravissimi tanto che, secondo l’Onu, potrebbe provocare circa 700 milioni di sfollati climatici entro il 2030.

 

L’INCHIESTA Alla ricerca dell’acqua perduta

 

Ecco perché a molti è sembrato quantomeno paradossale che fra le misure per combattere la siccità non si citi né si accenni al problema dettato dagli allevamenti intensivi e dal consumo di carne, nonostante i dati parlino chiaro: oltre a essere responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, oltre un terzo dell’impiego d’acqua in agricoltura è legato alla produzione zootecnica. Nello specifico, per produrre un chilo di carne di manzo ci vogliono 15mila litri d’acqua, e così 6mila litri per produrre un chilo di carne di maiale e 4mila litri per produrre un chilo di carne di pollo. L’impronta idrica – o water footprint – della produzione di carne bovina in Italia si attesta a 11.500 litri di acqua per produrne 1 kg. Anche se solo il 13% di quest’acqua viene effettivamente consumato. Il restante 87%, è quindi costituita da green water, ovvero l’acqua piovana impiegata nella coltivazione delle materie prime per l’alimentazione degli animali.

Come sottolinea Simona Savini della campagna Agricoltura Greenpeace Italia, più di due terzi dei terreni agricoli in Europa sono destinati alla produzione mangimistica. Solo per quanto riguarda i cereali il 60% del totale è diretto al consumo negli allevamenti, e al consumo diretto umano non rimane che il 20%. La verità quindi è che gli attuali accorgimenti per tentare di risparmiare un po’ d’acqua servono solo a tamponare una situazione sistemica.

“Ridurre il consumo e la produzione di carne – anche solo a due, tre volte alla settimana, specifica Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente – è una delle azioni necessarie per evitare di trovarci nello stesso identico contesto l’anno prossimo. Risolveremmo il problema a monte, tenendo sempre a mente che la filiera zootecnica è una delle prime cause di deforestazione e di pressione sull’ambiente”.

Eppure, nonostante questo, la domanda di carne è sempre in crescita. In media nel mondo si consumano 34,5 kg di carne a testa l’anno. In particolare, in Italia, circa 80 kg a testa quando 60 anni fa erano appena 21 kg. “Gli italiani si illudono di condurre una alimentazione equilibrata – afferma Simona Savini – ma non è così. I nostri consumi sono in linea con quelli europei Dovremmo tornare a una dieta mediterranea, a base vegetale”.

Addestrare le mucche al vasino per ridurre l’inquinamento atmosferico

Gli allevatori stessi sono vittima di questo sistema votato all’intensificazione e alla sovrapproduzione, che li spinge ad allevare sempre più animali. Se la domanda fosse minore sarebbe più facile sostenere gli allevamenti attraverso fondi pubblici, magari con il supporto di tecniche biologiche. L’Olanda, ad esempio, ha recentemente stanziato 25 miliardi di euro per accompagnare gli allevatori in una transizione che vede la diminuzione del 30% degli animali allevati entro il 2030. I livelli di azoto presenti nell’aria e derivanti dalla produzione zootecnica erano arrivati a un livello tale che nel maggio 2021 Greenpeace Olanda ha inviato al governo un rapporto in cui si dimostrava che gli habitat naturali più vulnerabili erano già gravemente compromessi.

Anche l’Unione europea ha approvato la strategia “Farm to Fork”, un piano decennale allo scopo di rendere gli allevamenti più sostenibili entro il 2030. Le misure previste puntano a ridurre del 50% l’uso di pesticidi chimici e almeno il 20% dell’uso dei fertilizzanti; ridurre del 50% le vendite totali di antimicrobici per gli animali d’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura; trasformare il 25% dei terreni agricoli in aree destinate all’agricoltura biologica. È necessaria anche una maggiore trasparenza da parte delle etichette dei prodotti, considerando che il 90% della carne che compriamo proviene da allevamenti intensivi e noi neanche lo sappiamo.