Ti ricordi quell’inverno che eravamo rimasti senz’acqua? Era gennaio, non aveva piovuto per tutto l’autunno e la fonte di casa si era prosciugata, e all’inizio facevo come nei libri di Messner e Bonatti, riempivo il pentolone di neve e lo mettevo sulla stufa. Un sistema  poetico ma poco efficiente perché la neve impiegava un’ora a sciogliersi così, e dopo un’ora sul fuoco ne restava anche meno di un terzo, forse di un quarto d’acqua, e ti ricordi che alla fine sono andato dal ferramenta a comprare due taniche da dodici litri ciascuna? Quando ci svegliavamo la mattina andavo giù alla fontana del paese, mi congelavo le mani a riempire le taniche e le portavo su una alla volta nella neve, poi passavamo la giornata a centellinare quei 24 litri d’acqua. Una tazza per lavarsi i denti, un pentolone per i piatti, per il bagno se ne andava sempre troppa, e lavarsi per intero neanche a parlarne. Finché dopo un paio di settimane ci siamo stancati e siamo tornati a Milano e aprire il rubinetto della doccia la prima volta, e sentire l’acqua calda sulla pelle ci era sembrato un miracolo, ti ricordi?

Quest’anno che mi manchi anche l’acqua non è più tornata. La fonte si è prosciugata in gennaio, come quella volta. Ma quella volta c’erano metri di neve a sciogliersi in primavera, lo scorso inverno invece non ha nevicato o quasi. Ho aspettato l’acqua in aprile, quando di notte ormai non gelava quasi più. L’ho aspettata in maggio quando quella pochissima neve si è sciolta sulle montagne e per qualche giorno ho visto scorrere i torrentelli del disgelo. Intanto non pioveva, non pioveva davvero mai, tutta una primavera senza una goccia di pioggia, e in giugno ho cominciato a temere che la fonte sarebbe rimasta asciutta per il resto dell’estate, come poi è andata. Oggi è settembre e ancora tace come il silenzio che c’è in casa mentre vorresti tanto sentire una certa voce.


Per fortuna o per saggezza qualche anno fa il Comune ha costruito un acquedotto nuovo, ora sono collegato a quello e l’acqua della fonte mi serve soltanto per il giardino (che pertanto è inaridito). Mi fa ridere quando leggo su certe etichette dell’acqua minerale “la sorgente più alta d’Europa”: l’acqua che bevo adesso viene da ben più su di qualsiasi bottiglia dei supermercati, è una sorgente chiamata Fontana Fredda che sta a 2386 metri d’altezza, forse te la ricordi perché era un sentiero dove andavamo a camminare spesso. Ci andavamo per dei laghetti e qualche volta arrivavamo su in cresta da dove si vedono i ghiacciai del Monte Rosa. Ma, quest’estate, risalire quel sentiero ha assunto un significato del tutto diverso, più proseguiva la siccità e più diventava un pellegrinaggio verso un luogo sacro. Ogni tanto mi dicevo: andiamo a vedere come sta Fontana Fredda, temendo il giorno in cui sarei arrivato lì e avrei trovato il beccuccio metallico della sorgente senza più una goccia d’acqua. Nel frattempo, al bar, domandavo all’amico idraulico, o all’amico che gestisce una centralina idroelettrica, notizie sulla sua portata.


E mi spiegavano con mio terrore che quando l’acquedotto fu progettato, ormai diversi anni fa, da Fontana Fredda sgorgavano 30 litri d’acqua al secondo, che lo scorso inverno si erano ridotti a 10, e che adesso, in luglio, non erano più di 3. Tre litri d’acqua al secondo a cui ero appeso non solo io, ma non so quanta altra gente nella stagione di massimo afflusso turistico. Capirai perché dico che andare lassù era diventato il mio pellegrinaggio.


A questo punto non pioveva né nevicava da quanto, nove mesi?, e trovare quel sottile ma continuo getto d’acqua, a 2386 metri, tra i prati giallo paglia e i letti asciutti dei torrenti, mi commuoveva come una di quelle manifestazioni della tenacia assurda della vita. Mi ricordavo che in Tibet, che è un deserto d’alta quota, certe sorgenti sono protette da piccoli santuari, costruiti intorno al punto in cui l’acqua sgorga come a una divinità, e mi dicevo: dovremmo farlo anche noi. Altro che croci di vetta, sono le sorgenti i luoghi sacri. Non sapevo, né nessuno me lo sapeva spiegare, da dove arrivasse esattamente l’acqua di Fontana Fredda – forse ti ricordi che sta in una conca e le cime tutt’intorno non superano i 3000 metri, troppo basse per la neve e il ghiaccio – per cui cos’è che si stava sciogliendo sopra di lei? O era davvero solo acqua piovana conservata chissà come? Ma la sorgente non cedeva, nel corso dell’estate, fluiva sottile e continua anche in agosto, quando i torrenti non scorrevano più e il livello dei laghi alpini era sceso di un metro, mostrando le rive nere della siccità. Per cui mi divenne chiaro: quell’acqua veniva da più lontano. Cioè dai ghiacciai del Rosa che stanno a 15 chilometri da noi. Come ci arrivava, a Fontana Fredda, attraverso 15 chilometri di montagne, io non lo so, ma non vedevo proprio altre possibilità, non c’era più nient’altro che potesse dare acqua.


Così a quei ghiacciai sono andato, durante l’estate, con lo stesso spirito di pellegrino. Sono andato a vederli che crollavano, sotto il sole del pomeriggio, davanti alla morena del rifugio Mezzalama. Sono andato ancora più su a vedere i torrenti che scorrevano sul ghiaccio, ad ascoltarli dentro i crepacci, a scoprire un lago effimero che prima non c’era sulla via per il Lambronecca. L’acqua sgorgava violentemente dalle bocche del ghiacciaio arretrate di molti metri. L’Evançon, giù in basso, era in piena fin dal primo mattino, formava rapide grigie di disgelo, a volte torbide di frane e crolli. Te lo immagini, un torrente in piena al culmine di una lunga siccità? Era tutto ghiacciaio che spariva, ora per ora, giorno per giorno, ghiaccio vecchio di secoli o millenni che non tornerà più fino alla prossima glaciazione – pensa che bello sarebbe esserci, tra 50 milioni di anni, solo per vedere i ghiacci che ricoprono il pianeta dove un tempo lontanissimo abitavano gli esseri umani – ma aspetta, aspetta, era anche ghiaccio che sciogliendosi s’incanalava sotto le rocce, riempiva grotte, pozzi, gallerie, su e giù per vasi comunicanti e labirinti dentro la montagna, fino a sgorgare, tre litri al secondo, a Fontana Fredda sopra a casa mia. Benedetto ghiacciaio, santo ghiacciaio, pensavo, ed era la cosa più simile a una preghiera che io sapessi pronunciare.


E poi tornavo alla baita e al mio giardino inaridito. Ti ricordi che l’avevo pensato come un giardino d’acqua, grazie a quella sorgente che non c’è più? Ti ricordi la fontana scavata nel tronco, quella dove tenevamo le birre in fresco e immergevamo i piedi roventi dopo le corse sui sentieri? E il canaletto dove ho posato i sassi del fiume Yukon? E poi la cascatella e il piccolo stagno, ricordi che un anno in maggio avevamo raccolto uova di rana e passato i giorni a guardarle schiudersi, quelle strane uova trasparenti e gelatinose? E che avevamo pianto la scomparsa dei girini portati via dalla corrente, ma poi un giorno non ci ritroviamo in cucina una rana grossa così? E quello che chiamo il mio lago Walden, un po’ più in là, che adesso è solo una buca nella terra ma l’anno prossimo se Dio vuole tornerà a riflettere il cielo, i miei pensieri, le mie parole e la mia mancanza di te: c’eri anche tu quando in questo giardino a quasi duemila metri d’altezza piantammo tre betulle e un acero rosso, per noi la Siberia e il Canada, e lo battezzammo Giardino del Grande Nord. Tutti ci dicevano che non sarebbero sopravvissuti – guardatevi intorno, ragazzi, non li vedete i boschi di abeti e larici? – ma dev’essere anche questo per via del cambiamento climatico: l’acero e le betulle hanno già superato due inverni, sembrano in buona salute e penso proprio che ce la faranno, e quando l’acqua tornerà io credo che saranno i primi a sentirla, a sentirti arrivare.

Paolo Cognetti

Uno degli autori contemporanei più apprezzati, 44 anni, milanese  è anche autore di documentari. Appassionato di montagna, ha conquistato oltre un milione di lettori vincendo nel 2017 il Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, tradotto in 37 lingue